La Fantastica Avventura (II)

Parte II: Il lavoro disabilita l’uomo

Il lavoro disabilita l’uomo, come un virus informatico ti manda a puttane il computer, come se improvvisamente non puoi più chiamare la tua hot line preferita perché non hai pagato la bolletta, come se una mattina non ti diventa più duro perché hai usato troppo il cellulare. Lavori pensando che serva a qualcosa e dopo un po’ che lo fai ti accorgi che tutto è finito, che l’interruttore delle tue sensazioni è stato spento. Una volta dicevano: il lavoro nobilita l’uomo. Io credo che non valga più, perché la nobiltà l’uomo l’ha venduta per avere la tivù, perché da lì arriverà il futuro, dal tubo catodico, dal led, dall’antenna, dal cavo, dal set top box e da tutte quelle puttanate che l’uomo consuma per non sentirsi inevitabilmente solo.

Motivazione. Nella new economy viene usato questo termine per indicare l’attitudine del lavoratore a farsi un mazzo così. Se il lavoratore è stanco, se continuano a rompergli le palle e rendere inutile quello che fa lo definiscono “Risorsa con scarsa motivazione”. Staminkia.
Non so, sono molto confuso, come quando attraversi la strada col verde e una macchina ti passa davanti strombazzando, come se stesso facendo un’azione sbagliata. Non so voi, ma è una cosa che mi da’ una certa confusione.
Comunque, dicevo, sono molto confuso e vorrei rivedere un attimo le tappe di questa fantastica avventura ai limiti dell’ignoto, che manco Spielberg in stato di grazia e sotto effetto ganja concepirebbe.
Tenevo un lavoro divertente, sempre call center, ma con la particolarità che era pieno di donne e il morale era sempre alle stelle. Anche per le donne era bello, perché c’erano pochi uomini ma tutti di un certo livello, quindi potevano vantarsene (e concedetemi quest’ultimo slancio da pruima repubblica, che poi non se ne fa più nulla).
Dico: me ne vado, quest’altra azienda mi sembra più seria, più gagliarda e poi dovrò pur pensare al futuro, che diamine.
La mia fantastica avventura nella Terra di Mezzo comincia bene, il mio primo giorno di operativo non una, ma ben tre persone mi urlano contro perché non so usare un sistema che ho visto due volte. Vabbé, magari è una giornata no. Il giorno dopo una tipa mi prese da parte dicendomi che non riteneva adeguato il mio tono di voce (e una settimana dopo mi chiese i nomi dei miei ex colleghi , li volevano assumere perché consideravano il mio tono perfetto). Il terzo un tipo strano mi fece un discorso altrettanto strano che ora non riuscirei a riportare, ma di sicuro fu in quell’occasione che sentii pronunciare la fatidica frase “Siamo una grande famiglia”, che non ho più dimenticato, nonostante tentativi di suicidio, droghe, psicofarmaci e sedute psichiatriche con ipnosi indotta, forzata ed epicentrica (qualsiasi cosa voglia dire).
Sta di fatto che da un momento all’altro mi trovo magicamente a gestire Reclami e ad assistere a quel particolare fenomeno noto come Retention, che in pratica consisteva nel dare sempre ragione al cliente, anche se non pagava. Diciamo che era facile. “Reclamo perché siete tutti culattoni” è vero, io ci vengo apposta qua “Reclamo perché il contratto è arancione e non verde, che è un colore più riposante” ha ragione, domani vengo da lei a colorarlo “Reclamo perché ce l’avete piccolo” e qui un po’ di orgoglio virile veniva a galla e si cercava di prendere la cosa alla larga, accennando che è anche molto importante come lo si usa.
Poi c’è stata la volta dell’assistenza tecnica, ma i metodi e le modalità con cui ci sono arrivato sono talmente belli e particolari che meritano un capitolo a parte.

(Fine seconda parte)

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