Infernale angolo di Paradiso (18 giugno 2006)

Viviamo in un’epoca di cambiamenti, così profondi da scavare solchi nelle terre del tempo. Viviamo in un mondo che ha scelto un dio col volto della paura, che lui stesso teme passato, presente e futuro.
Ma da un’epoca di paura può solo nascere terrore e quando le forze vengono a mancare e ci si arrende ad esso tutto è perduto, fuorché la speranza. Speranza di un riscatto, speranza di un’illuminazione, speranza di una morte serena e una gioiosa rinascita.
E quindi ecco che i nostri occhi vengono velati dalla fredda mano delle tenebre, ecco che con forza la togliamo, la delicata forza della nostra volontà. E ci risveglieremo in una terra non più terra, ma qualcosa di così vicino sia all’Inferno che al Paradiso che solo un cuore puro, e non una mente razionale, potrà distinguerli.

Cominciai a scrivere questo testo dopo aver intrapreso, per pura curiosità storica, degli studi sul paganesimo; non sapevo nemmeno io cosa volessi trovare, studiavo e basta, assimilavo informazioni come una bocca affamata fagocita cibo. Non è stato un fenomeno isolato, in moltissime altre occasione la mia attenzione si è spostata su temi mistici senza apparente motivo: cabala, cristianesimo, vangeli apocrifi, islam.
Al momento in cui scrivo queste righe ho solo una vaga visione di quel motivo, così vaga eppure così luminosa ai miei occhi da abbagliarmi, una luce che mi fa tremare mentre in anni ho cercato di scrivere il suo nome: destino.
La mia generazione è nata e cresciuta nella seconda metà del 20° secolo, in un mondo che inizialmente ci era sembrato animato da un forte spirito di ribellione e che oggi si dondola su una sedia marcia e cigolante, come un vecchio rassegnato. La mia generazione è nata e cresciuta con la grande accusa di non comprendere i valori dei nostri padri e dei padri dei nostri padri, sebbene nessuno avesse speso un minuto del suo prezioso tempo per insegnarceli. Ci hanno mandato a scuola, insegnandoci che imparare non sarebbe servito a nulla, dandoci anche l’impressione che qualsiasi cosa studiassimo non ci avrebbe cambiato e che, addirittura, serviva solo a farci perdere tempo. A qualcuno non è andata giù e quei libri li ha aperti per conto proprio, studiando notte e giorno, acquisendo una cultura superiore a quella dei suoi sedicenti istruttori.
Di fatto, la mia è una generazione cresciuta sull’autoistruzione.
Ma è anche una generazione illusa dai mezzi di comunicazione, che indicano con forza strumenti e direzione di cui nessun uomo ha mai avuto bisogno. La tecnologia non più asservita a migliorare la vita dell’uomo ma per adornarlo di superfluo, per dargli un’identificazione sociale. L’immagine ha preso il posto della parola, lo slogan del pensiero, la convenienza della nostra volontà.
Proverò a spiegarmi in un modo più semplice e diretto.
Mi sveglio e non ritrovo più me stesso, mi ricordo immagini lontane di quando chiusi gli occhi, la macchina dove l’ho posteggiata, i pantaloni dove li ho messi, il caffè se volevo farmelo e che ore sono.
Mi sveglio e non ritrovo più il mondo che conoscevo, anche se non sono molto anziano, anzi, non lo sono per niente, eppure io mi ricordavo una cosa diversa: il gap generazionale ha accorciato il suo ciclo? E’ un mondo così veloce che io a trent’anni non riconosco più il mondo in cui ho vissuto da adolescente?
Dieci anni fa non era così, ma dieci anni non sono pochi per la nostra vita. dieci anni fa non era così eppure ho avuto tutti gli avvisi che lo sarebbe stato.
Quindi, dove ho dormito tutto questo tempo?
Ho ricordi molto vividi di quanto fosse allora, la mia era una generazione additata da molti come stupidi, come inutili, come ingrati, eppure lavoravamo, studiavamo e quando cercavamo di prendere posto nella società ci sbattevano le porte in faccia.
Il che accadeva sia in famiglia, dove le nostre idee non venivano ascoltate, che in ambiente scolastico, dove i professori che avevano partecipato alle lotte sociali, che sbandieravano l’appartenenza a una politica culturale, rifiutavano che venissero mosse loro qualsivoglia critiche. Il lavoro era una cosa relativa già allora, se volevi incassare qualche soldo a vent’anni o sapevi fare il meccanico o eri abbastanza robusto da fare il magazziniere, dove venivi sfruttato lavorando al posto di altri per pochi soldi e poi lasciato a casa.
La mia, purtroppo, è una generazione vissuta nel precariato, che considera ormai normale il precariato stesso, tanto che nella nostra attuale situazione molti riescono comunque a stare a galla o a vederla come una condizione del tutto naturale. Si vive in case con perfetti sconosciuti per dividere l’affitto, direi che è quasi la norma, ci si sposa poco perché i matrimoni costano, non si fanno figli perché i figli costano e quando si hanno quei quattro euro in tasca li si spende in alcool, droga o TV digitale. Ci dicevano che eravamo dei fannulloni e stiamo lavorando come schiavi, grazie a loro, grazie al mondo che ci hanno lasciato, dove l’unico modo per non essere preoccupati è drogarsi o bere sino a star male.
Non è così per tutti, per fortuna, ma anche quando le cose sembrano andare bene, quando c’è l’amore, gli amici, un lavoro e poche preoccupazioni, capita spesso e volentieri che ci si senta vuoti.
Mi sono accorto nell’ultimo anno di come la mia generazione sia suddivisa in due grandi emisferi: coloro che guardano e coloro che vedono.
Quelli che guardano, che se ne fregano, che vanno avanti e cercano di non pensare al perché stanno al mondo. Hanno un uomo anche se tutti gli uomini sono degli stronzi, una donna anche se tutte le donne sono stronze, hanno un lavoro, poi una birra, una canna, magari una macchina su cui spendono lo stipendio per stranezze/modifiche, guardano sport in televisione e in generale dicono che stanno bene.
Ma c’è un’altra categoria che nonostante possa avere tutto questo non lo desidera, è una civiltà sotterranea numerosissima ma silenziosa, che riflette, che non corre per non perdere la concentrazione, che osserva il mondo e si rende conto che non è ciò per cui hanno vissuto sino a quel momento. Una folta comunità di persone sole ma che sanno riconoscersi ed amarsi al volo, ma che al tempo stesso non credono di avere il coraggio per cambiare qualcosa, magari credono che sia proprio impossibile. Sono quelli che non sanno che fare della propria vita, che non hanno interesse nella televisione e in tutto quello che a loro propina, che sono stanchi di bere e drogarsi per ignorare il dolore, che molto, troppo spesso, rinunciano alla propria vita.
Sono quelli che vedono e quel che vedono è molto brutto.
Chi ha ragione?
Non esiste ragione o torto, non puoi fregartene sempre, ma nemmeno portarti addosso il peso del mondo. Ecco, io credo che nella mia generazione sia scomparso l’equilibrio.
Cosa è cambiato in dieci anni?
Che il mondo ha preso a correre più veloce, che ti sta dietro la schiena per spintonarti e dirti di sbrigarti, anche se non c’è fretta. Guardatevi attorno, magari provate anche a guardare voi stessi: tutto vuole andare più veloce, camminando, parlando, nei grandi e piccoli gesti, nel lavoro, nell’amore, nei rapporti interpersonali.
L’istruzione vuole essere più sbrigativa e infatti dalle scuole molti escono che non sanno nulla, il costo della vita è così elevato che se la tua famiglia non è ricca o non fa particolari sacrifici non puoi intraprendere studi più elevati, così ti tocca andare a lavorare, ma siccome non c’è lavoro sei costretto a fare le cose più umili e sottopagate, magari rischiose, e se non sei disposto a quello puoi fare il delinquente, morendo ammazzato in un modo o nell’altro o marcire su una strada come un clochard dimenticato dal resto dell’umanità.
Cos’è cambiato in dieci anni?
Io, sicuramente, sono più cinico, con più esperienza e cultura, ma sono sempre io. Sono cambiato ma non di molto e grazie a questo riesco a rendermi conto che qualcosa è cambiato attorno a me. Io che non ho mai avuto fretta mi sono trovato a correre senza volerlo, ed è stato difficile rendermene conto, un complesso disegno del destino mi ha voluto far dono di una disfatta per farmi accorgere dell’errore.
Cos’è cambiato in dieci anni?
Che scrivevo sulle ginocchia con carta e penna a bordo di un treno, mentre oggi lo faccio seduto a una scrivania, davanti a un computer, immerso in un mondo che corre così veloce da non avere il tempo per chiedermi se ne voglio far parte.
Questa è la realtà in cui, mio malgrado, devo essere felice di vivere.
Il mio piccolo, infernale angolo di Paradiso.

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