Consigli Non Richiesti Atto I: Non tutte le ghiande diventano albero

Consigli Non Richiesti Atto I
Non tutte le ghiande diventano albero
ovvero
‘L’annoso problema dell’umiltà e altre quisquilie’

scream

umile: dal latino humilis, propr. ‘poco elevato da terra’, der. di humus ‘terra’ -> (Treccani, mica gli ultimi fessi)

Quando praticavo il kung fu shaolin mi venne raccontato un terrificante aneddoto. Una ragazza che aveva grossi problemi con le posture e le tecniche si rivolse a un maestro chiedendo perché non gli veniva questo, quello e altre cose. Il tipo le fece un mezzo sorriso dicendole “Non tutte le ghiande diventano albero”. Non prese una testata, perché a essere sincero non so se lei comprese appieno il significato di quella frase.
Vediamola così: hai il talento, bravo, ma non è detto che sia sufficiente, perché ognuno di noi ha dei limiti che per essere superati richiedono più o meno sforzi aggiuntivi. Entriamo nel dettaglio, caro collega autore emergente, perché si sta parlando anche di noi.
Ho la fantasia e ho l’approccio giusto alla scrittura, sono pronto a buttar giù la mia opera e dopo un po’ la termino. Però fa schifo. I primi a dirlo dovremmo essere noi stessi, ma l’obbiettività è una lezione che ancora sto imparando, quindi non mi pronuncerò. Mettiamo che non ce lo dica un editore (per molti di loro fa tutto schifo a prescindere), ma un esimio sconosciuto a cui l’abbiamo fatto leggere.
La prima reazione è una martellata tra gli occhi, la seconda è un terremoto sottomarino che carica un’onda di proporzioni bibliche e la terza è uno tsunami con due possibili varianti:

1) Abbattere il critico
2) Abbattere l’autore stesso

L’una o l’altra non cambia la situazione: quel libro fa schifo, qualcosa non va.
Dopo sei lunghi e faticosi anni di lavoro termino il mio fantasy, ne sono orgoglioso, mi piace un sacco, asciugo il sudore della fronte e mi dico che ne è valsa la pena, che è la cosa migliore che ho fatto.
Contatto un tizio online di cui ho una certa stima, per la sua abilità di recensire libri e la sua cortesia, che mi fa la GENTILEZZA (maiuscolo d’obbligo, massima stima) di leggere il mio testo dandomi un parere.
Ebbene, mi confessò che non era riuscito ad andare oltre il secondo capitolo, troppo faticoso, ridondante, lento, pieno di interruzioni. La storia non scorreva ed era addirittura dispiaciuto nel dirmelo (forse ci era già passato). Lessi la sua mail con orrore, lo tsunami stava montando con carica devastante, tutte le sue critiche, espresse con educazione ma anche con lapidaria sincerità, erano tegole di svariate tonnellate sul mio ego. Un male cane.
La prima tentazione fu di non rispondergli nemmeno, poveretto, ma era stato così gentile… Che faccio, allora? A caldo e con tutta la calma di questo mondo gli avrei risposto spiegandogli che ciò che per lui era un problema per me era espressione, arte, e che andava capita.
Poi la domanda: ma lui, lettore, perché dovrebbe essere costretto a capire?
Mi è venuto in mente lo zio di mia moglie.
Quest’uomo, molto simpatico e signorile, decide di imbarcarsi nella produzione vinicola. E’ calabrese, ha un campo di viti che sfornano un uva terribile, sferzata dal vento e, a peggiorare le cose, ci si mette il metodo di produzione del vino di quelle parti. In Calabria fanno tante cose buone, purtroppo il vino non è tra quelle. Problemi con l’uva e con l’approccio, la tecnica, il target.
Io sono un pugliese che vive in Lombardia, abbiamo un Piemonte qua accanto che produce dei vini sublimi, di conseguenza sono abituato piuttosto bene.
Mi offre il suo, ne è compiaciuto, è figlio suo, lo assaggio sulla fiducia anche se l’odore non mi attira molto. Non sono un sommelier, tantomeno un esperto, ma so che se il vino sulla lingua brucia ha qualcosa che non va. Vorrei sputarlo, ma mi fissa, non posso farlo, si offenderebbe. Chiudo gli occhi e ingoio: la gola va in fiamme, la lingua si raggomitola esausta e l’alcool entra immediatamente in circolo, stordendomi. Per un dito di vino.
“E’ buono” insiste e io annuisco, perché non riesco a parlare.
Qualche mese dopo passa dalle mie parti, ci si siede a tavola e racconta che ha problemi a piazzare il suo vino in Lombardia. Chissà perché, mi domando e vorrei esternare, ma mi trattengo. Lui prosegue, si lamenta dei ‘nordici’, che bevono vino ‘troppo leggero’ e che non capiscono il suo. Io gliela butto: perché invece di fare del vino con quella vinacce non fai la grappa? Da queste parti la grappa artigianale è molto richiesta. Anatema! La grappa? Rovinare quell’uva per farci della volgare grappa? Scherziamo? Non so, dico, avete dei peperoncini meravigliosi, potreste fare una grappa aromatizzata con quelli (in Sardegna la fanno). Mi guarda come se fossi un cretino, così torno al piatto e non dico altro.
Dunque, secondo il suo punto di vista al nord sbagliano tutti a non bere la sua benzina perché prediligono cose ‘troppo leggere’, come potrebbe essere un Barbera d’Asti, un Grignolino o il Lambrusco. Poveri coglioni, non sanno quello che si perdono, non lo capiscono nemmeno. Noi qua saremmo pure coglioni, ma tu hai casse di roba invenduta che tra un mese o due sarà aceto. E ti freghiamo pure lì, perché a noi piace molto quello balsamico.
A distanza di due anni ha desistito, ora l’uva la vende e si dedica all’olio d’oliva, con la pretesa di fare concorrenza a quello pugliese (va beh…). L’olio almeno è buono, un po’ pesante ma è ottimo per farci le insalate, usandolo con parsimonia. Però odia tutto il nord, che non l’ha compreso.

Avete colto l’accostamento? (lo scrivo separato dal paragrafo per accendere i vostri neuroni, casomai foste piombati in cantina alla ricerca di un Brachetto)

Caro collega autore emergente, il poveretto a cui ho dato da leggere il testo era il nordico che non lo apprezzava perché non capiva. Il problema, però, non era suo, ma mio. Nostro. Non capiva semplicemente perché non l’ho messo in condizioni di farlo, in nome dell’arte e dell’espressione ho semplicemente fatto di un libro promettente una porcata.
La colpa è solo mia.
Così lasciai scorrere un’ora, dopo la quale gli risposi. Lo ringraziai, innanzitutto, per aver speso del tempo per me, mi scusai per averglielo fatto perdere e infine lo ringraziai ancora per avermi sottolineato i problemi di quel testo. Conservai quella mail e dopo un mese la utilizzai per correggere il mio ‘capolavoro’, che da 700 pagine è oggi sceso a poco più che 400, tra tagli, correzioni e capitoli riscritti interamente. Non ho intenzione di rimandarglielo, approfitterei solo di lui, e inoltre non sono ancora convinto del tutto.

Avete capito cosa sto dicendo? (separiamo, separiamo)

Faccio un altro esempio. Una casa editrice che stimo moltissimo si avvicina al nostro forum e ci ‘commissiona’ un lavoro a più mani. Mi offro per collaborare e scrivo il mio bel racconto/capitolo. Mi piace, è bello, mi attizza. Affidiamo il tutto a dei lettori test, altrimenti detti beta-reader, il primo che commenta il mio testo fa delle brevi osservazioni, tutte comunque gentili ma lapidarie.
Altro terremoto sottomarino, lo tsunami carica, ma stavolta ho un dispositivo che ferma il tempo e rimane a mezz’aria. Accosto il suo commento al mio testo, ma qualcosa non torna, cioè pur cercando di essere obbiettivo non la vedo come lui. Però si tratta di una persona con maggiore esperienza di me, pertanto inspiro profondamente e gli rispondo: “Non sono completamente d’accordo, ma non sono io il professionista qui”. Due secondi dopo ero sul testo per correggerlo secondo le sue indicazioni.
Una volta finito lo rilessi e – sorpresa – mi piacque ancora di più. Quel tizio aveva ragione e le sue osservazioni mi hanno aiutato a migliorare. Arriva il secondo lettore, non stavo nella pelle. Il commento prendeva in esame un altro aspetto del testo, non dico nulla, prendo appunti e due secondi dopo sono lì a correggerlo. In corso d’opera noto altre cose che non vanno bene ma che nessuno ha segnalato. Le correggo, consegno il tutto, ringrazio e faccio presente che c’era altra roba che non andava.
Rileggo il tutto e mi piace un sacco. Sbrodolo.
Il testo ora è in mano alla casa editrice, che lo pubblicherà il 1° di giugno: il libro si chiama Dodicidio. Farà altre modifiche e correzioni e la cosa non mi disturba, anzi, mi esalta: invece di scartare il testo lo modificheranno per farlo funzionare meglio, ma la sostanza della storia non cambierà.
Questa è stata la mia prima esperienza con dei professionisti, ora però mi chiedo, caro collega autore emergente, avresti fatto la stessa cosa al posto mio? Secondo me molti lo avrebbero fatto, avrei dato un dito per essere pubblicato, ma non escludo che alcuni avrebbero preso a male queste osservazioni.

Quando scriviamo non lo facciamo solo per noi stessi. Guardiamoci in faccia, tutti vogliamo essere letti, ma per farlo bene il testo deve passare delle revisioni. Se ci dicono che questo passaggio fa schifo e va riscritto, zitti lo dovremmo fare, senza protestare. L’arte sarà anche arte, ma se è fatta male bisogna correggerla o, addirittura, buttarla via e farne un’altra. Se scriviamo per essere letti, dobbiamo renderci conto che il lettore non va insultato, perché partire dal presupposto che è un coglione è offensivo e ingiusto. Ingrato, soprattutto. Vogliamo essere capiti? Mettiamo il lettore in condizioni di farlo. Da soli non riusciamo? Qualcuno più competente esiste, ma se ci dice che quella cosa non va bene dobbiamo tenerne conto e lavorarci sopra.

umile: dal latino humilis, propr. ‘poco elevato da terra’

Senza l’umiltà di accogliere le critiche e di tenerne conto non andiamo da nessuna parte, continueremmo a scrivere porcate illeggibili che nessuno vorrà leggere. Forse non diventerò il nuovo Stephen King, ma da questa lezione ho imparato ad accogliere le osservazioni altrui, siano esse di un esperto, come del primo che passa per strada. Proprio lui, esatto, perché è dal primo che passa per strada che vorrei essere letto e devo tenerlo in considerazione. Umberto Eco dice che quella frase fa schifo? Tanto di cappello. Poi comunque ci devi lavorare, eh. Ciro Scannapieco (inventato), pescivendolo di frontiera ti dice che non capisce quel passaggio. E’ coglione? No, non l’ha capito. Quindi? Rileggiamolo, vediamo se ha ragione. Facciamolo leggere a qualcun altro. Può capitare che qualcuno non capisca, ma se su 10 cominciano a diventare sette (ma anche due) allora c’è un problema. Ringraziamo Ciro, perché anche il suo contributo è prezioso.

‘poco elevato da terra’

Caro collega autore emergente, sono qua in basso come te, non ti sto facendo la predica. Questa è la mia esperienza, questa è la lezione che ho imparato oggi. E’ un piccolo passo, molti altri ve ne sono da fare, ma da qualche parte bisogna cominciare.

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