Talvolta mi sveglia un incubo

Talvolta mi sveglia un incubo. Apro gli occhi e il cuore mi batte forte in petto, devo vestirmi, uscire di corsa o farò tardi. Dimentico le scarpe, non importa, le comprerò per strada o magari nessuno ci farà caso, ormai sono a metà percorso e non posso tornare indietro. Corro per tutta Milano, deserta, mi sembra di non arrivare mai, poi di colpo c’è una porta e so che devo entrare, ma qualcosa mi ferma, un dubbio, una domanda: ma ho studiato?

Mi sveglio di soprassalto, rifletto, respiro: no, non devo studiare, l’ho già fatto nel 1996, sono entrato in quell’aula e davanti ai commissari ho sciorinato tutto il programma di Lettere e Ragioneria, un tema da 9 e l’unica sufficienza nella prova di Tecnica Bancaria: realizzare un bilancio partendo da una staffa degli interessi.
52/60
Leggo oggi sul giornale che un economista sostiene l’inutilità del tema, mentre uno scrittore ne elogia il valore e la libertà di espressione.
A me toccò di commentare una frase di Pavese:

“Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia”

Sognai l’incipit la notte prima e quando lessi la tematica dopo due minuti stavo già scrivendo, lo terminai, in brutta copia e bella, nel tempo record di 1 ora e mezza. Dovetti attendere mezz’ora come uno scemo a rileggerlo tremila volte perché non potevo uscire prima delle due ore. Nel frattempo i commissari continuarono a chiedermi “Ma sei sicuro? L’hai riletto? Non vuoi lavorarci ancora un po?”.
No, era perfetto, era come lo volevo. Un tema da 9, non 10 per la mia pessima calligrafia. Pace.
Mi fecero i complimenti prima del colloquio, al quale presentai una tesina sulle analogie tra Verga e Manzoni, sciorinai tutto il programma di Letteratura, arrivai al Futurismo poi mi implorarono di smettere. Andò bene anche Ragioneria, forte dell’unica sufficienza in tutta la classe parlai di marketing e altre cose, poi il commissario disse basta, non ne poteva più (ero il penultimo, quella dopo di me scoppiò in lacrime per la tensione).
Mi preparai a quell’esame alzandomi ogni giorno alle 6:30, andavo a scuola, studiavo coi compagni e alle 17:00 tornavo a casa, dove non aprivo nemmeno un libro. In un mese, la sera, scrissi un romanzo.

Un secchione, insomma.

Un anno dopo tornai alla scuola, volevo salutare i miei insegnanti. Colui che mi portò all’esame, il prof Guglielmone, volle portarmi nella sua classe. Appena mi presentò i ragazzi mi fecero un applauso: aveva letto loro il mio tema, lo faceva con tutte le classi che aveva quell’anno.
Lo sforzo di non piangere per la commozione fu tale che ancor oggi, se ci penso, mi si gonfiano gli occhi.

Il tema sarebbe inutile? In quel testo immaginai di essere lo Spirito delle Nazioni, che si rivolgeva al popolo dell’intero pianeta analizzando il senso dell’ideologia e della sua messa in pratica. Era un racconto sofferto, ma ricco di speranza. Utopia razionale. Se potessi lo pubblicherei qui, ma non è più in mio possesso.
La gioia e l’esaltazione che provai nello scrivere quelle frasi, le emozioni quando mi guardarono complimentandosi: l’ego ha bisogno anche di questo. L’autostima cresce.

Talvolta mi sveglia un incubo. Sogno di tornare a quell’esame, io che a scuola non andavo certo volentieri, anzi, studiavo per andarmene il più presto possibile. Una motivazione vale l’altra.

Ma certi ricordi vale la pena portarseli negli incubi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...