Il diritto alla critica della critica

anton_ego

Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il loro lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che, nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.

C’è una regola non scritta, ma valida per tutti, secondo la quale se realizzi qualcosa, sia esso un film, un videogame, un disco metal o un libro, prima o poi ti becchi la recensione.
Che cos’è una recensione? Molto semplicemente un tizio, presumibilmente competente in materia, valuta il tuo lavoro.
Stavo pensando di scrivere un articolo in merito, ma mi hanno preceduto a Mondoscrittura con questo:

http://www.mondoscrittura.it/?p=7242

Perfavore, leggetelo quando avete finito il mio, grazie 🙂
La valutazione di un lavoro altrui ha una duplice valenza, a mio avviso. La prima è dare riscontro all’autore di eventuali criticità, elementi migliorabili e altri centrati. La seconda è fornire al potenziale lettore una linea guida per capire se il testo potrebbe piacergli o meno.
La storia è costellata di autori incazzati neri per giudizi negativi, ma non cita le cronache di chi, da lettore, si è spesso trovato davanti a valutazioni approssimative o addirittura errate.

Partendo dal presupposto che una recensione è, a prescindere, un parere personale, pararsi le chiappe dietro di esso è furbo e crea una situazione pericolosa che tra poco andrò a descrivere.
Partiamo dal punto di vista dell’autore. Nel momento in cui da’ alle stampe un libro mette il proprio lavoro in pubblico, pertanto è lecito aspettarsi critiche, oltre che apprezzamenti. Chi scrive, chi crea in generale e mette il frutto del suo lavoro nelle mani di tutti è soggetto a valutazione del proprio operato. Questo da sempre.
E il critico?
L’articolo di Mondoscrittura fornisce degli esempi e delle indicazioni sul modus operandi che un recensore dovrebbe avere, a parer loro. Possiamo non essere d’accordo (personalmente lo sono), ciò non toglie che, oggettivamente, molti elementi da loro citati andrebbero seriamente presi in considerazione.
Dicevamo che una recensione nasce comunque da un parere personale, sta bene, le mie non esulano da questa considerazione. Tuttavia, nel momento in cui mettiamo in pubblico questa opinione dovremmo assumercene la responsabilità e far sì, detta elegantemente, di essere quasi certi non aver scritto stronzate.
Farò degli esempi.
Se io detesto il fantasy e ne leggo uno la mia opinione sarà viziata da questo sentimento, pertanto o non lo recensisco perché non sarei obbiettivo oppure faccio lo sforzo e cerco di esserlo, magari facendomi aiutare da qualcun altro. Questo perché non posso scrivere una recensione negativa semplicemente perché a me non piace il fantasy, piuttosto me ne sto zitto.
Se l’autore è noto per essere un simpatico briccone e ci fa leggere un horror, non possiamo lamentarci dicendo che, essendo lui molto spiritoso, il suo testo malefico e indemoniato mal si sposa col suo carattere.
Se ci piacciono i lieto fine e non ce ne sono, perché additare il testo negativamente? Un finale non proprio catartico può essere bellissimo, al di là delle nostre aspettative.

Ora svestiamoci dei panni autorali e critici, proviamo a metterci in quelli del lettore, o potenziale tale. Il lettore è bello, non si atteggia, non ha l’ego a mille, è piccolo e dolce come un gattino. Te lo immagini che gironzola intimidito in libreria, vede tante cose interessanti e poi si guarda il portafoglio, scotendo la testa. Allora va a casa, accende il computer e apre Google Chrome, scrive il nome di uno dei libri che lo ha colpito e accanto digita ‘recensione’.
Il labirinto del minotauro è un gioco a premi, a confronto.
Mi piace tirare in ballo in videogiochi, secondo me sono un perfetto termine di paragone per qualsiasi cosa, quindi ora farò una piccola digressione. Una volta non c’era Internet, la paghetta settimanale misera e a scopo educativo non bastava neanche per comprarsi le caramelle, così ogni lira andava spesa nel modo giusto, senza sprechi. Se poi avevi la passione per i videogame allora erano davvero cavoli amari, perché quei cosi costavano un casino. Per fortuna c’era l’edicola, dove vendevano per circa 3.000 lire una rivista nota come Zzap! dove il pischello poteva gingillarsi tra commenti, recensioni e anticipazioni della sua materia preferita. Le riviste, però, avevano un problema: non potevi verificare la correttezza (e la sincerità) di una recensione finché non spendevi quei maledetti soldini.
E non erano interattive, no, le stampavano su una cosa nota come ‘carta‘.
Poco importava se il direttore della rivista era un socio della Thalamus, i cui titoli (tutti, nessuno escluso) erano decantati come rivoluzionari, spettacolari e _________ (inserire aggettivo fico a caso).
L’avvento di Internet e delle recensioni online ha provocato un disastro globale, milioni di utenti affondarono le unghie e i denti su recensori improvvisati (e negati), facendo una vera strage. Non che le cose oggi siano tutte rose e fiori, ma i maggiori siti del settore fanno del loro meglio per promuovere una valutazione il più obbiettiva possibile, spesso fatta a più mani.
E i libri?
Se ci affidiamo al Corriere della Sera o altri quotidiani blasonati, veniamo a sapere che l’unica casa editrice che pubblica in Italia è la Mondadori e che tutto quello che fa è magnifico. Fortunatamente c’è Internet, direte voi, ma qui le cose si complicano.
Quello che ho notato, da lettore micetto, è che per arrivare a una recensione obbiettiva su un testo (ammesso che esista) bisogna scansarne un centinaio non proprio utili, per non dire fatte coi piedi. Persino siti e blog tra i più rinomati hanno dimostrato non solo di saper cannare con estrema eleganza, ma anche di dimostrare un certo astio per determinati generi e autori.
Quando ho pubblicato la mia prima recensione su questo blog mi sono sudate le mani, perché come io m’incazzo quando ne vedo una fatta male temo di ricevere le medesime rimostranze. Non è avvenuto, ma io non ho miliardi di contatti al giorno, sono un bloggaro morto di fame, ciò non toglie che potrei averne in futuro.

Poniamoci una domanda: perché scriviamo recensioni? Ego, forse? Il piacere di porsi come critico sopra ogni cosa? O stiamo avvertendo o pubblicizzando qualcosa che ci è piaciuto o fatto schifo? Vogliamo mettere in guardia qualcuno e invogliarne altri?
Si chiama servizio. La recensione è un servizio, dal mio punto di vista, e come tale dev’essere fatto come si deve. Non sopporto chi si para le chiappe dietro l’opinione personale, quella te la tieni in casa, non la sbatti in Internet dove tutti la leggono, perché in tal caso sei parificato all’autore: metti il tuo lavoro in pubblico e potresti essere valutato nella stessa misura in cui valuti tu.
Il critico è criticabile? Sì, perché può sbagliare. Come una recensione negativa potrebbe aiutare un autore a migliorarsi in seguito, un commento dello stesso tenore alla nostra valutazione dovrebbe aiutarci a migliorare le successive.
Mi hanno detto che diventa una catena infinita, ma non sono d’accordo perché è fisiologicamente impossibile. La catena è composta da Autore->Recensore->Lettore e finisce lì. Il lettore, che dovremmo amare più di noi stessi perché ci da’ pane e contatti, ha l’ultima parola, quale che essa sia.
Il lettore è sopra il critico e l’autore, perché è a lui che sono destinati i due lavori.

Anche questo articolo è un lavoro, è in Internet, quindi è pubblico e pertanto soggetto alla valutazione (critica) del lettore a cui è rivolto.
Possiamo discuterne, se volete, perché se da questa parte fossimo davvero intoccabili faremmo tutti i critici.
E nessuno leggerebbe più.

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6 commenti su “Il diritto alla critica della critica

  1. Non credevo arrivassi a criticare il critico. Ma l’hai fatto. Dopotutto c’è libertà, come tu stesso dici. Te la sei presa, hai fatto bene. 😉

    • Non è che me la sono presa, è una cosa che mi frulla nel cranio da sempre.
      Nessuno deve essere intoccabile se non l’utente finale, che il più delle volte è vittima dell’impreparazione, della malizia e dell’ego altrui.
      Sono e sarò sempre da parte del lettore.

  2. Complimenti, ottimo post, credo che centri perfettamente la questione: ormai si recensisce non per il lettore, ma per l’editore. La recensione non come servizio, ma come occasione di farsi belli agli occhi del più forte; non a caso, le stroncature ormai sono mosche bianche, e gli editori dei grandi gruppo editoriali sono delle specie di infallibili divinità, nella critica media. C’è un bel libro che parla proprio di questo, l’autrice è la mai troppo rimpianta Grazia Cherchi, che a stroncare non si è mai fatta problemi: http://www.ibs.it/code/9788807814310/cherchi-grazia/scompartimento-per-lettori.html

    • Grazie del commento e soprattutto per la segnalazione del libro, che ho messo in wishlist per acquisti futuri.
      Il mio sogno è che si venga a creare una comunità di recensori di libri (prevalentemente di esordienti e di Case Editrici minori) dove le valutazione vengano fatte a più mani, come ormai accade di consueto per altri lavori.
      Troppo spesso dimentichiamo per chi scriviamo, l’autore per velleità artistiche e il recensore per ego: il lettore, il cliente, il destinatario finale dovrebbe sempre stare al centro dei nostri pensieri.

  3. Pingback: Recensioni: perché, percome e pure perquando | Wormhole Diaries

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