Dodicidio: come lo facemmo

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Dodicidio è stato finalmente pubblicato, la cosa non può che riempirmi di gioia ma c’è dell’altro. Si tratta della mia prima pubblicazione vera, attraverso una casa editrice seria (La Gru) dotata di grande coraggio (vedere catalogo per rendersene conto).
Ieri mi è pervenuta la copia del libro, toccare con mano il frutto di un lavoro tanto intenso e a cui ho contribuito ha generato delle emozioni nuove. Qualcuno mi ha chiesto cosa sto provando, cercherò di spiegarvelo in questo post, dove vi narrerò com’è nato tutto.

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Il FIAE (Forum Indipendente Autori Emergenti) è un luogo dove scrittori alle prime armi, aspiranti tali e facenti funzione si riuniscono, confrontandosi, sottoponendo il proprio lavoro ad altri i quali, in maniera del tutto disinteressata, espongono la propria opinione, sia essa positiva o negativa.
Avevo terminato da pochi mesi la stesura di un romanzo che mi aveva preso ben sei anni di vita, e il cui risultato non mi era sembrato poi così eccezionale come sembrava.
Il problema di molti autori emergenti, compresi in seguito, è che a forza di credere così tanto nelle proprie presunte doti si pecca di arroganza e superficialità. Come nella vita di tutti i giorni, anche nella scrittura esistono sempre margini di miglioramento, più o meno ampi, purtroppo lo scrittore tende a non accorgersene e così è stato per me.
Mi avvicinai a queste persone per puro caso, navigando su San Google, lessi qualche post, mi affascinarono gli interventi, precisi, professionali, ma soprattutto la passione di queste persone. Vedete, il mio problema è che questo desiderio di scrivere non ho mai potuto esternarlo come si deve, vivo in un ambiente gretto e materialista (specie sul lavoro) e di certo non sono circondato da persone particolarmente colte, ma neanche un pochetto. Ora tacciatemi pure di arroganza, dopotutto sono arrogante, ma quando la tua mente naviga nei mari della creatività e per chi ti circonda l’acquisto della fotocamera digitale di 30.000 euro è il sogno della vita un po’ ti girano i coglioni. Se poi vengono a sapere che scrivi storie, romanzi e addirittura poesie rischi di diventare lo zimbello del piano, come a sottolineare che i tuoi sogni, paragonati a una macchina fotografica, sono tutte stronzate.
Un ambiente simile non stimola, semmai è frustrante. Poi sali in macchina, fai i tuoi chilometri, entri in casa e ti aspetta la famiglia, che per carità va bene ma è inevitabile sentirsi soli e poco compresi, specie quando la giornata è terminata e senti che è stata buttata via come la precedente.
Nel FIAE imparai a essere valutato senza invidie e inutili ossequi, dopotutto stiamo parlando di emeriti sconosciuti, non della mamma che ti dice bravo anche se hai scritto una schifezza.
Quando entri in un ambiente simile è ovvio che il primo impatto è duro, sei convinto che quello che fai vada bene poi ti trovi qualcuno che ci fa le pulci e conclude che è da rivedere. Magari di molto.
Ecco quindi che imparai la prima lezione.
Quando il tuo lavoro è valutato da chi non ti conosce e non ha alcun interesse a compiacerti, e soprattutto se lo fa gratuitamente, sta facendo un servizio eccezionale. L’ego, purtroppo, è una gran brutta bestia ed è il primo a farsi avanti, perché quando ti dicono che qui e là non va bene, che usi troppi avverbi, che quel passaggio non si capisce eccetera succede che ti incazzi. Non giriamoci troppo attorno, è la verità: ti incazzi. Perché quella roba ti appartiene, è figlia tua, un pezzo di te e lo stanno massacrando, anche solo con una piccola critica. Non lo accetti.
La prima lezione imparata è stato superare l’ego, capire che quei commenti erano utili, ma qualcosa rimaneva e pian piano ci arriverò.

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Parliamo di Dodicidio.
Maggio 2013, luogo imprecisato nella galassia, ognuno vivacchiava elaborando progetti, scrivendo e sognando come si deve, quand’ecco che si fa avanti La Gru. Questa casa editrice aveva un progetto interessante, e per molti aspetti innovativo, che chiamavano POP.
La collana POP de La Gru si prefiggeva l’obbiettivo di frequentare in rete gruppi di facebook e forum letterari, alla ricerca di idee e di scrittori volenterosi.
Pescepirata fu il primo, con un progetto collettivo presentarono all’editore ‘Se nasce femmina la chiamo Belen’, un lavoro corale ed estremo frutto di molti crani e mani. La Gru, nella persona di Massimiliano Mistri, approvò e pubblicò.
L’idea era ancora interessante, così andarono in giro a cercare altri pazzi e trovarono noi. Ci proposero di elaborare un progetto e di presentarlo, come fecero gli altri, creammo un gruppo di Facebook apposito e iniziammo a buttare giù idee.
Alla fine ne rimasero due, una era mia e l’altro di Fabio Musati. Dodicidio, appunto. Fu indetta una votazione e si scelse quest’ultimo. Dodicidio era solo una traccia, un abbozzo di idea neanche intera o articolata, semplicemente era questo: un uomo, un grigio anonimo, viene licenziato e decide di vendicarsi, inscenando ogni mese un tentativo di omicidio verso chi lo aveva lasciato a casa senza mai riuscirci.
Dodici capitoli, dodici mesi più incipit, tredici autori.
Inizialmente le adesioni non furono altissime, ci fu chi non apprezzò l’idea (e io ero tra quelli) e abbandonò il progetto. Ma se a me non interessava perché ci sono entrato?
Parliamoci secchi: quante occasioni del genere può avere un autore emergente? Poche o nessuna, La Gru è un caso raro, non sembra neanche di questo pianeta.
Riflettei. Avevo appena terminato il background di Erehwon, scritto su un’idea non mia e che nemmeno mi faceva impazzire. Lo avevo già fatto, avevo già approcciato con serietà e impegno qualcosa che non mi convinceva.
Due mesi (capitoli) erano stati presi, quindi feci la mia mossa e scelsi agosto: male che vada, mi dissi, lo avrebbero scartato.
Chi sceglieva il mese doveva attenersi a semplici regole: narrazione alla terza persona, tempo presente, inserimento di un flashback e di un flashforward. E poteva scegliere l’arma.
Perché agosto? Perché presi un mese intermedio?
Chi ha letto i miei post sulle ferie, ma soprattutto chi mi conosce bene, potrebbe dare da solo la risposta. Per tutti gli altri eccola qua.
Io non sono fatto per le ferie, non saprei scegliere cosa fare. Per me andrebbe bene alzarmi alle nove di mattina, chiudermi in un bar a ingozzarmi di paste e caffé e poi si vedrà. La maggior parte degli italiani va al mare, luogo che odio non perché non mi piaccia il mare in sé, ma quello che ci finisco a fare: rosolare a fuoco lento sotto un ombrellone, rompendomi le scatole e, in generale, buttando via gli agognati giorni di ferie. Ore e ore sotto un sole cocente che brucia la pelle, la salsedine che fa puzzare la pelle, la stramaledetta crema solare che impiastriccia, la sabbia (o i sassolini) ovunque, gente che grida dall’ombrellone accanto e altre amenità.
Scelsi agosto semplicemente perché lo odiavo e riversai nel grigio, nel protagonista, tutto questo disprezzo, giocando con l’ironia e facendogli dire battute caustiche e balorde.
Terminato il mio capitolo lo presentai nel forum, qualche commento, osservazione e poi rimanemmo in attesa degli altri.
Il passo successivo furono i beta reader, ovvero due persone che avrebbero letto il libro per intero facendo una valutazione di massima per ogni capitolo.
La lezione numero due.
Doverosa premessa: i beta reader non li prendemmo dal mercato del pesce, erano due professionisti del settore. Insomma, non erano due cretini qualsiasi.
All’arrivo del primo commento si accesero, com’era lecito aspettarsi, le prime scintille. Vi dissi che la prima cosa che si fa avanti è l’ego, esso precede sempre l’artista, sia esso uno scrittore, pittore, scultore e produttore di sampietrini con velleità creative. Parlerò solo della mia esperienza.
Il primo beta reader mi fece notare diverse parti del testo che andavano approfondite o riscritte, addirittura un tema da me scelto per lui andava rimosso del tutto.
Passi le virgole, direbbe qualcuno, ma quando ti dicono che parti del testo vanno RISCRITTE vi assicuro che vi sale il sangue al cervello peggio che la lava a Cracatoa, con rischio di esplosione embolo.

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Ho visto cose che voi umani magari non immaginate ma potreste intuire, gente che scriveva con lingua di fuoco, autocombustione delle dita mentre scriveva stizzita e cose così. Le mie mani tremavano, il sudore colava e sentivo un freddo pungente alla base del collo.
Sto esagerando? Macché! E’ tutto vero! E’ questo che si prova a farsi precedere dall’ego!
Mi fermai, cercai di riflettere, punto per punto, mentre l’ego picchiava dietro le orbite che voleva uscire e dirgliene quattro, che quello non aveva capito niente.
La riflessione seguì questo iter:

1) Chi ha commentato il testo? Uno scrittore e, se non rammento male, pure regista. Non l’ultimo della fiera di paese, insomma, che nemmeno si è offerto volontario ma è stato corteggiato per venire a dare una mano. Quindi lo faceva in modo totalmente disinteressato.
2) E’ vero che il testo è figlio mio, ma capita che si sbagli a educarli, ‘sti figli. Se la maestra ti dice che la bimba si comporta male, che prende a calci le sedie e sputa dalla finestra, non puoi incolpare chi te lo sta facendo notare. Perché è colpa tua che l’hai educata.
3) Si prendono beta reader per cercare di dare all’editore un prodotto il più finito possibile, senza costringerlo a fare 1000 editing. E’ un vantaggio avere qualcuno che ti esamina il testo prima di mandarlo al cliente, a ben vedere.
4) Il più importante. Io non avevo mai pubblicato, quella era la mia prima, vera opportunità. Ed ero pure l’ultimo arrivato. Scusate il francesismo, ma chi cazzo ero per dire di aver ragione?

Raggiunsi un compromesso con l’ego e risposi: “Non sono completamente d’accordo con quanto dici, ma non sono io il professionista qui”
E mi misi sul testo, feci una copia e andai a toccare tutti i punti segnalati. Riscrivetti, tagliai, accorciai, corressi e alla fine rilessi.
Sorpresa.

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Andava bene. Cioè, mi piaceva di più. Il tipo aveva ragione, per la miseria!
Andai in fibrillazione, se il secondo beta reader avesse solo confermato il precedente era tutto a posto, male che vada avrebbe suggerito altre migliorie.
Arrivò il commento, presi nota e nemmeno risposi, mettendomi immediatamente al lavoro.
Consegnai tutto: ormai l’ultima parola l’avrebbe avuta solo l’editore.
Seguirono due mesi, durante i quali accadde un po’ di tutto: revisioni da rifare, testi da riscrivere, qualche problema interno. Ordinaria amministrazione, se si lavora così in tanti, non vi annoierò coi dettagli.
Sta di fatto che un bel sabato vado a Leolandia Park con la famiglia, e rientrando la sera mi trovo il libro uscito. Mi venne un infarto. Trascorsi le ore successive a prendere contatti con gli altri autori, ero talmente esaltato che, credo, avrei potuto morire in quell’istante e raggiungere il nirvana al volo, per chi frequenta.

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E arriviamo al punto, cioè alla risposta a quella domanda: come ti senti?
Mi sento in un percorso, dopo aver fatto molta strada non vedo ancora la fine, l’obbiettivo, ma se mi guardo alle spalle mi rendo conto di aver imparato tantissimo in questi ultimi mesi.
Ho imparato a superare l’ego, ho lavorato come un professionista e al tempo stesso ho avuto spazi creativi. Mi sento più colto, preparato e la cosa più eccitante e che c’è ancora molto da assimilare e non vedo l’ora, perché fino a ora tutto quello che ho appreso mi è servito.
Non sono quindi al settimo cielo? Lo sono, ma in modo più pacato, più consapevole, realista. E’ un passo, per quanto piccolo è immenso nel mio cuore perché è la realizzazione di un sogno. Ne ho altri, ovviamente, che vorrei rendere realtà ma c’è tantissimo lavoro da fare e ogni secondo è prezioso. Ciononostante non avrei potuto fare questo se non ci fossero state delle persone in gamba come i membri del FIAE a collaborare, a incoraggiare e cazziare, qualora si rendesse necessario.
Da che ero piccolo mi dicevano di non pensare a queste cose, che il mondo reale è altro?
Altro? Dodicidio è immaginario? E’ fottutamente vero, lo sto toccando, c’è il mio nome sopra e dentro: non è finto, non è un sogno, è qui con me!
Tutto questo è reale, quindi, cari amici e colleghi autori, continuiamo a camminare, a maniche rimboccate, penna alla mano: nessuno ha detto che fosse facile, ma non è impossibile.

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3 commenti su “Dodicidio: come lo facemmo

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