Recensioni: perché, percome e pure perquando

Prendo spunto da un interessantissimo articolo beccato su Facebook, che purtroppo essendo su Blogspot non posso ribloggare, quindi ve lo incollo qui:

http://ubertoceretoli.blogspot.it/2013/08/perche-non-recensisco-piu.html

In sintesi l’autore, partendo dalla sua decisione di non fare più recensioni, descrive in modo accurato eppur semplice la sua visione dell’approccio al libro, distinguendo tra esso e il romanzo.

Dice infatti della recensione:

“[…] Cominciamo dunque con il libro, ovvero con il testo. Un testo deve essere comprensibile, completo e coerente.
Ma, esaminando solo questi tre aspetti, ci si limita alla valutazione del codice linguistico con il quale è scritto (il cosiddetto livello denotativo). Si critica il libro. Ma il libro non è il romanzo. E non lo è perché i termini evocano immagini […] che si caricano di significati che vanno ben oltre il piano letterale e rendono più complesso il significato del testo (il cosiddetto livello connotativo).”

Sembra fisica quantistica ma è più semplice di quel che appare.
Vi sono recensori che applicano, per scelta o legittimi affari loro, un metro di giudizio ‘tecnico’, ovvero analizzano le varie componenti del ‘libro’ sotto un profilo grammaticale, lessicale eccetera, evidenziando eventuali refusi, errori (anche di editing) e magari tirando in ballo il famigerato ‘infodump’ (a cui dovrei dedicare un intero articolo, intanto vi rimando un divertentissimo articolo esterno che potete leggere QUI.
Ho scritto ‘legittimi affari loro’ per mettere in evidenza che, in fin dei conti, uno la recensione la approccia come gli pare, secondo le sue conoscenze, modalità e abitudini. Non confondiamoci con la qualità della recensione, di cui parlai nell’articolo “Il diritto alla critica della critica“, perché qui parliamo di metodo.

Per definire il romanzo le cose cambiano, perché l’autore lo considera composto da tre ‘momenti’, che noi semplici lettori, che siamo più casual, disinvolti diamo per scontati. Sono, in pratica, oltre a un aspetto tecnico (anche se più superficiale), l’impronta emotiva e anche culturale che potrebbe stamparsi sulla nostra percezione.
In ultimo l’effetto finale, la reazione che subiamo una volta terminata la lettura. Ci portiamo il libro al petto e sospiriamo? Osserviamo la copertina annuendo compiaciuti? Chiamiamo il vicino per proporgli il testo? Oppure facciamo smorfie schifate e ci mettiamo subito su Facebook avvertendo tutti che è meglio stare alla larga da quella roba?
Tutto questo insieme, la tecnica, l’emozione e la soddisfazione compongono il romanzo.

Come si passa dall’essere lettori a recensori? Intanto ci vuole passione, perché è necessario leggere il più possibile, mettendo da parte il Nintendo, la lustratura della Ford e cercando nel contempo di lavorare e curarsi la famiglia. Ovvio che se diventa un sacrificio non va bene, per questo dico ‘passione’: leggere è un piacere, ma in fondo è anche una sorta di atto dovuto alla propria autostima, accrescere culturalmente, conoscere punti di vista differenti e cose così.
Sempre nel mio articolo “Il diritto alla critica della critica” accennavo anche al fatto che la recensione, in sé, è anche e soprattutto un servizio. Ovviamente non alle dipendenze degli scrittori o (apriti cielo) delle Case Editrici, bensì di altri lettori che, come noi, hanno la passione e vogliono soddisfare un piacere.
Imbarcarsi nella professione, anche amatoriale, del recensore è una bella avventura. Bella perché c’è lo stimolo alla lettura, che non guasta mai. E’ anche un atto liberatorio, perché se si ha amato il testo lo si può lodare sperticandosi in tutti i dettagli che ci hanno colpito, e se invece ci ha fatto schifo sfogarsi su ogni cosa che ci ha disturbato.
E’ però anche un bella sfida alle coronarie. Autori piccati potrebbero prendere a male la vostra recensione negativa, con tutto ciò che ne consegue. Diversamente un lettore potrebbe non essere d’accordo o trovare la recensione incompleta e poco utile (casomai stesse valutando l’acquisto del libro da voi citato), e qui si entra in un circolo, a mio avviso, molto più interessante.
Se, infatti, l’opinione è espressa con civiltà è possibile imbastire discussioni che potrebbero portare non solo a conoscere nuovi punti di vista e metri di giudizio, ma addirittura migliorare il nostro servizio. Se noi, ad esempio, fraintendiamo un messaggio e un lettore ci illustra qual era in realtà, possiamo tranquillamente sostenere che, forse, esso doveva essere rivolto in modo più chiaro, ma ci fornisce altresì un nuovo strumento/competenza per vedere altri testi su differenti livelli di lettura che, magari, solitamente non vi appartengono ma che aiutano a produrre una recensione migliore.

Perché ho iniziato a recensire? Un piccolo sogno, non paragonabile a quello di diventare il padrone di Marte, minuscolo ma appagante. E una necessità.
Quando ti appassioni alla lettura e ne hai le scatole piene di Dan Brown, Faletti e tutte le palate di merda (sì, ho scritto MERDA) che le major propinano, i casi sono due:

1) Smetti di leggere, sconsolato, e dirai in giro che la letteratura odierna fa schifo
2) Butti un occhio agli esordienti e alle Case Editrici minori, facendoti solo del bene

Se ti spari un pippone galattico sul nuovo libro di Evangelisti (di cui leggo sempre tutto nella speranza che scriva un altro Cherudek, ma cazzo mi frega ogni volta) e poi ti capita in mano uno Strix Julia o un Crisalide Rosa o un Bentesoi, rendendoti conto che a qualcuno frega qualcosa anche di chi legge oltre di se stesso, capisci che c’è luce in fondo al tunnel. Non me ne vogliano Evangelisti e i suoi ammiratori (l’ho preso ad esempio perché ho praticamente tutto di lui e non ha certo il conto in banca di Stephen King), ma dopo una sequela di ‘best seller’, titoli iperpubblicizzati che poi si rivelano delle fetecchie, piene di buchi, scritti male e ogni peggior cosa vi viene in mente, quando vi trovate un testo curato e coerente, anche se non perfetto, va bene, non avete dato soldi alla Mondadori ma a un piccolo editore e, cosa ben più importante, vi siete pure divertiti.
E scusate se è poco.

Esiste una bella rete di recensori di esordienti o autori minori, purtroppo difficilmente ho trovato degli articoli utili a comprendere se era il libro adatto a me, finendo il più delle volte per incazzarmi e acquistarlo alla cieca, con annessi e connessi.
Recensioni brevi, con la trama non presa dalla quarta di copertina ma riassunta dal pugno del recensore (che dimostrerebbe pure di averlo letto). Recensioni in cui non si perdono righe su righe a polemizzare di refusi ed errori di battitura (ci sono? Dillo e basta, ma non farci un tema). Recensioni dove la tecnica è accennata, se opportuno approfondita, ma non tanto da rendere il tutto un’analisi del testo. Recensioni dove il lettore riesca a capire se quel libro semplicemente gli piacerà, se la trama è interessante, se è noioso da qualche parte ma ne vale ugualmente la pena, se lascia qualcosa, se fa schifo al cazzo. Tanta roba, a ben vedere, ma che si può riassumere in poco.
L’obbiettivo che mi ero posto sin dall’inizio era proprio di rendere la recensione UTILE, senza particolari menate tecniche, magari anche un po’ divertente ma che puntava comunque all’obbiettivo: di che parla il libro e come funziona.
Partendo da questi presupposti ho creato a mio uso una sorta di linea guida:

Nessun voto numerico o stellette o asterischi e in generale nessun punteggio. Perché dare un valore matematico a un libro? Fosse un manuale di Access potrebbe anche avere un senso, ma stiamo parlando di romanzi e saggi, intrattenimento. Un voto non avrebbe senso perché puoi dare un valore di 3 su 5 senza far capire se il libro vale la pena di essere letto. Magari un lettore casual vede una stelletta e pensa faccia schifo, quindi non si prende neanche la briga di leggere il resto. Se poi la metti in cima ti saluto. Penso sia meglio non dare voti, ma lasciare tutto all’interpretazione del lettore, descrivendo al meglio possibile e senza spoiler (A chi lo fa: vi odio, rovinate tutto, lo sapete? No? Sappiatelo). Ci sta un commento personale “Mi è piaciuto/fatto schifo”, è legittimo e non solo: se un lettore abituale si rende conto che avete gli stessi gusti finisce col fidarsi, è una cosa importante.

La trama la riassumo io. Niente quarta di copertina, che spesso è davvero terribile e non si capisce una mazza. Ho letto il libro? Bene, posso anche riassumere la trama in poche righe, senza spoiler. Basta porsi la domanda: di che parla? Non avete idea di quante recensioni esistano in rete che discorrono lungamente del libro (tecnica, stile eccetera) senza dire di che minchia parla. La storia, gente, la vogliamo dire?

Nessun volo pindarico da scrittore fallito. Bello protendersi agli altri con lunghi paragrafi, aulici e tecnicamente ineccepibili, meno bello quando fai sbadigliare. Preferisco la sostanza, parlami del libro, non facciamo onanismo. Talvolta mi capita di fare dell’umorismo in forma estesa, non va bene, cerco di farlo quando proprio il libro mi ha fatto pena (Verso la luce). Non mi giustifico, sbaglio, ma pure voi, accidenti. Almeno uno sforzo facciamolo.

Sintesi. Che si riallaccia un po’ al concetto precedente. Bello discorrere e spesso lo è anche leggere una recensione dettagliata, ma preferisco non menare troppo il can per l’aia e far intendere che da qualche parte voglio arrivare. Se per far capire una cosa devo prenderla alla larga avviso prima, che uno se vuole salta il paragrafo.

Notizie dell’autore. Alcuni curriculum sono davvero interessanti, la quarta di copertina diventa davvero utile e infatti uso quella. Se non si trova nulla c’è sempre Google.

Competenza. Punto spinoso, mi aiuterò con un paio di esempi. Ho letto La Prigione delle Paure, di Luca Fadda, un’antologia di racconti. Non sono stato in grado di capire se mi è piaciuta o meno, l’ho letta tutta e pur non essendomi dispiaciuta, semplicemente, non sono riuscito a farmi un’opinione. Inutile recensire qualcosa su cui non sai cosa dire. Drak’kast, di Fabrizio Corselli, è un gioiellino di poesia epica, ma io di poesia capisco poco e niente, leggo i versi e mi appassiono alla storia, tutto bello, ma non potrei scrivere una recensione di qualcosa per cui non ho competenza. Meglio che lo facciano altri, perché non solo non aiuterei il lettore, ma ci farei pure la figura del fesso.

La mia struttura è:

1) Riassunto Trama (no spoiler)
2) Breve incipit personale, generalmente come sono finito a leggerlo e prima opinione generica
3) Dettaglio dell’opinione (la trama, i personaggi, eventuali magagne o particolari pregi della storia)
4) Accenno tecnico, stile dell’autore compreso
5) Conclusioni (personali e se riesco provo a ipotizzare a chi potrebbe piacere)
6) Curriculum autore
7) Dove acquistare il libro (che sembra banale, ma non lo è sempre)

E’ un sistema perfetto? Tutt’altro! Intanto è difficile, perché, a parte il curriculum, devo costruire tutto da solo e rileggerlo 1.000 volte. Poi, visto che vorrei essere il più obbiettivo possibile modifico il testo una marea di volte, e spesso non ne sono nemmeno soddisfatto.
Sbaglio, come chiunque, capita che alcune motivazioni da me esposte non siano condivise o che mi vengano contestate come superficiali. Siamo qui per questo, per migliorarci, ovviamente se la critica viene dall’autore del libro, beh… piacere, prendi atto che ho speso del denaro per il tuo libro e che nessuno mi paga per recensirlo, anzi.

Per me che sono alle prime armi è indispensabile migliorare, pertanto leggo sempre altre recensioni in giro per la rete. Se magari avete suggerimenti sono ben disposto ad ascoltare, perché alla fine è per voi che lo faccio, voi nei quali mi immedesimo da lettore.
Perché siamo tutti uguali, in fondo, e vogliamo la stessa cosa: divertirci. Una recensione fatta bene aiuta nell’acquisto (perchè è opportuno ricordare che nessuno ti regala libri, si pagano ancora, e se sbagli ti incazzi), se non è supponente ma cerca di servire allo scopo permette anche di stabilire un felice rapporto coi propri, di lettori.
Non è perfetta? Non va bene? Parliamone.

I commenti sono aperti.

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13 commenti su “Recensioni: perché, percome e pure perquando

  1. ho letto l’articolo che hai linkato in cima e non sono per niente d’accordo, per due motivi:
    1) se ti metti a valutare esclusivamente l’apporto emotivo, rischi di dare valutazioni positive ad epocali cagate. Tipo valutare positivamente Ti Prego Lasciati Odiare della Premoli solo perchè riesce ad attaccarti al libro per vedere come va avanti, sorvolando sugli orrori linguistici e sulla tremenda incapacità tecnica.

    2) Dire Esistono quindi romanzi “brutti”, “ributtanti”, “illeggibili”? A mio avviso no, esistono libri “meno belli”, il che è un’altra cosa è una di quelle frasi che trovo ributtanti, al pari di “la musica è bella tutta”. E’ una cazzata: c’è musica bella e musica brutta, senza neanche tirare in ballo i gusti personali.

    E’ importante fare distinzioni del genere, sennò chiunque si sentirà autorizzato a scrivere (su Giramenti li chiamano “tramisti”), convinto che l’importante sia il “momento introiettivo/proiettivo”, e pazienza se scrive pò e utilizza avverbi e aggettivi a profusione.

    • Mi piace la tua continua metafora musicale, rende perfettamente il senso del discorso. Però stai commettendo un errore a stimolare risposte, che io sono logorroico 🙂 Asciugo il prossimo.

      Quell’articolo mi è servito da spunto per un tema che mi sta a cuore, ovvero la recensione di qualità (fenomeno che a me ancora è precluso, ma ci sto lavorando). Nemmeno io condivido tutto, ma mi piace il modo in cui lo ha espresso.
      Ti dirò che quel che ho percepito dal suo discorso, avvalorato da un breve dialogo privato, è che si fosse semplicemente rotto le scatole di tutti i parametri e le opinioni che è stato costretto a usare, subire e leggere in giro.
      Presa come analisi di una tendenza molto diffusa nelle recensioni libraie è interessante, aiuta a capire, in sostanza, perché di buona parte dei giudizi espressi su certi testi non si riesce a capire se il libro è bello o no, per quanto sia personale tale giudizio.
      Onestamente sono deluso da gran parte delle recensioni che leggo, proprio perché non riesco a capire se si sta valutando il libro in sé o si stia ricamando qualcosa che nemmeno esiste per tirarla lunga.
      Alle volte ho anche il dubbio che il libro non sia stato nemmeno letto.

      >Se ti metti a valutare esclusivamente l’apporto emotivo, rischi di dare valutazioni
      >positive ad epocali cagate. Tipo valutare positivamente Ti Prego Lasciati Odiare
      >della Premoli solo perchè riesce ad attaccarti al libro per vedere come va avanti,
      >sorvolando sugli orrori linguistici e sulla tremenda incapacità tecnica.

      Infatti io sono dell’idea di spezzare la recensione/valutazione in parti distinte. E’ emotivamente coinvolgente? Bene, però bada che è scritto col culo, se ti va bene i soldi sono tuoi.

      >Dire Esistono quindi romanzi “brutti”, “ributtanti”, “illeggibili”? A mio avviso no,
      >esistono libri “meno belli”, il che è un’altra cosa è una di quelle frasi che trovo
      >ributtanti, al pari di “la musica è bella tutta”. E’ una cazzata: c’è musica bella e
      >musica brutta, senza neanche tirare in ballo i gusti personali.

      Senza fare dell’egotismo, se leggi la mia recensione di Verso la Luce potresti anche considerarmi un coglione, perché lì ho messo del mio peggio. Però se vai in giro trovi gente a cui è piaciuto tanto e se si potesse rispondere sui commenti di Amazon qualcuno mi avrebbe pure sderenato.
      Era, credo, la mia terza recensione e il libro mi fece davvero schifo. Il parere fu viziato dall’enorme hype che avevo accumulato (buona parte dei lettori lo osannavano) e che considerai tradito, dalla presenza di tutta una serie di cose che avevo usato io in passato e mi avevano dimostrato quanto fossero fastidiose (le introduzioni ai capitoli, una timeline che faceva acqua da tutte le parti e un finale che… lasciamo stare). Per forza mi fece ribrezzo.
      Però sbagliai, non dovevo essere così categorico, ma almeno, sono certo, fui comunque in grado di spiegare perché mi fece tanto schifo.

      La recensione, il giudizio, è per forza di cose soggettivo, e questo è assodato. Dire che un libro è bello, brutto, una latrina, dovrebbe sempre essere seguito da un onesto ‘a parer mio’, attraverso il quale sarebbe possibile instaurare un confronto con altri lettori. A parer mio, ovviamente 😀
      Il recensore arriva alla tastiera con un suo bagaglio, se per lui la forma è importante la tirerà per forza in mezzo, se preferisce l’emozione è inevitabile trovarsi un discorso sui generis in mezzo.
      E’ un lavoro difficile, diamine, ma se decidi di farlo devi almeno tentare di farlo bene. Il tempo e la pratica aiuteranno.

      Quindi la domanda torna: per chi lo fai? Se ti limiti a un bello/brutto lo fai per te stesso, perché non aiuti ME che sto cercando di capire se vale la pena leggere quella roba.
      A te non è piaciuto? Perché? Ok, va bene, per me quelli non sono problemi e credo di poter gradire.

      Time does not heal, un vecchio disco dei Dark Angel, è considerato dal 99% degli ascoltatori un capolavoro del thrash metal. A me fa cagare, e guai a dirlo! Mi hanno ammazzato. Io mi ci sono addormentato e non era la Pausini.
      Solid Ball of Rock dei Saxon per me è uno dei dischi più belli del cosmo, su Truemetal lo considerano mediocre.
      Ci sono dei motivi, ma quelli che per altri sono detrattori per me sono belli, e viceversa.
      Bisogna spiegarsi bene, questo è il punto. Non è facile, ma bisogna almeno provarci

      • Te possino, asciuga gli scogli invece che i lettori, che almeno hai parecchio da fare lì 😀

        La metafora musicale regge fino ad un certo punto, almeno per me: di libri leggo più o meno di tutto: da De Carlo a Mike Gayle (un maschio che scrive chick lit, lo raccomando sempre a tutti), da Terry Brooks a Nick Hornby, da Travaglio a Severgnini, da De Crescenzo a Stephen Hawking. Poi vabbè, arriva l’autobiografia di un qualche musicista e passa in cima alla pila di cose da leggere.
        In musica invece sono assolutamente settoriale, odio quelli che ascoltano “di tutto” – specie quelli che non fanno un minimo di filtro qualitativo -, mi piace scovare piccole band e mediamente snobbo quelle grandi (dunque esattamente il contrario di quello che faccio coi libri).

        Per le recensioni – e anche qui il paragone con le recensioni dei dischi mi viene comodo – una cosa che non hai menzionato, e che secondo me è talmente fondamentale da scavalcare qualunque considerazione su come andrebbe scritta, è la reputazione del recensore. Se leggo un articolo di Gianni Della Cioppa su Classix Metal, già so che sarà obbiettivo e credibile se mi parla di gruppi hard rock/aor; se leggo che un determinato disco è l’album del mese su Rumore o XL, me ne terrò accuratamente alla larga senza manco sapere di chi si tratta.

        Con la letteratura è più complicato, perchè per capire i gusti del singolo blogger bisognerebbe beccare una recensione di un libro che si è già letto, però penso che il parametro da adottare (ovvero “conosci il tuo recensore e, se è, fidati di lui”) sia proprio la reputazione. E anche i gusti personali, come giustamente sottolineavi da qualche altra parte.

      • Giusto, la reputazione.
        Un elemento che mi è sfuggito. Sarà che non ho ancora trovato un recensore libraio che mi abbia convinto al 100%?

  2. dimenticavo un fondamentale:

    “Butti un occhio agli esordienti e alle Case Editrici minori, facendoti solo del bene”

    ma anche no 😀

    • No, lo dico perché da quando mi dedico agli esordienti mi diverto molto di più.
      E poi non ci sarebbe comunque niente di male a tirare acqua al proprio mulino, no? 😉
      A dire il vero, lo spunto me l’ha dato il mio maestro di kung fu, che partiva per le vacanze dicendo (con sbuffo allegato): “Che palle, mi devo leggere Dan Brown”.
      Devi? Che, te l’ha ordinato il dottore? Ti presto io qualcosa, se vuoi, autori sconosciuti che hanno scritto dei gran bei libri.
      “No, ormai l’ho preso”
      E diamine…

  3. E’ che mi fa lo stesso effetto di quando sento dire “supportate la scena underground italiana”. Ma se il 90% delle band underground nostrane mi fanno cacare, perchè devo farmi del male? C’ho la sindrome di dan brown al contrario.

    • >Ma se il 90% delle band underground nostrane
      >mi fanno cacare, perché devo farmi del male?

      Dal testo non si vede, ma mi sto sbellicando.
      Beh, non è che prendendo un esordiente (libro) automaticamente è una figata, ma c’è del buono.
      Non ci credevo nemmeno io, invece ora non leggo altro. Se dovessi fare un rapporto direi che 3 su 5 libri che leggo vanno dal buono all’ottimo, non è una brutta media se ci pensi.
      Poi ti capita un Crisalide Rosa e un Nient’altro che amare e capisci che hai fatto bene.

      • mia moglie lo fa, ma lei quanto meno si documenta molto sulle case editrici e sugli autori. Io è già tanto se riesco a scodare un po’ lo scaffale dei libri ancora da leggere

  4. in casa ci sono due libri pubblicati da piccole case editrici. Li ha regalati l’autore a mia moglie. Uno ha pure dovuto leggerselo 😀

    (aspè, Nottetempo ed Elliot per te sono piccole? Tanto per capirci)

    Fosse per me, io leggerei solo roba che esce per Tsunami 😀

    • Per piccole intendo non major. Lo so, non ti sto rispondendo, ma è la cosa più lucida che mi viene a quest’ora.

      >Li ha regalati l’autore a mia moglie

      AAAAAAAAAAAH! Devo scrivere un articolo su questa pratica, che sinceramente odio.
      Ora capisco la tua riluttanza ma fidati: non sono tutti così.
      E per me vorrei avere tutto il catalogo Runa e La Gru.

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