Sui Generis: Fantascienza!

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Extraterrestre portami in Via Montegrappa, che m’aspettano al bar

La mia infanzia è stata invidiabile. Quando superi gli anni ’70 senza ricordarti una mazza perché sei talmente piccolo e frignone da non avere una memoria degna di tal nome, ti restano solo gli ’80, con tutta quella serie di cose, precedentemente enunciate, che unite assieme hanno creato una generazione nostalgica di un’era, a ben vedere, che ha offerto una marea di minchiate.
Anche se tutto sommato è stata uno spasso.
I miei genitori si vantano dei ’60, tanto di cappello, ma secondo me sono invidiosi che io sia cresciuto in un decennio così fuori di testa. Ai loro tempi di vedere poppe in tv in prima serata non se ne parlava, di barbari incazzosi grossi come armadi che affettavano infedeli apriti cielo! Il vantaggio principale di quegli anni, tuttavia, era poter godere di un fiotto di letteratura che non subiva il danno della moda: la fantascienza.
Provate oggi a cercare un romanzo di fantascienza moderna, provate pure: ne troverete due in croce, più un fottio autoprodotti. Le case editrici quella roba non se la filano più, capitano i down di sistema e i periodi di scarso interesse. Ma è un gran peccato. Specie vista quanta roba sui generis si vede al cinema, ma sulla carta l’effetto digitale non funziona granché. Magari con l’ebook potrebbero provare, chissà.
Negli anni ’80 andavo a scuola dalle suore, una sorta di anticipo di naja, ma anche lì potevi godere di molti vantaggi. Ad esempio quando la tua maestra, suor Tersilia, esordisce un bel giorno di ottobre dicendo che dobbiamo iniziare a leggere libri oltre al sussidiario, e allo scopo ti appioppa ‘Il mistero del pianeta sconosciuto’ di Ruggero Y. Quintavalle.
Pensate che culo ho avuto: battesimo fantasy con Conan il Barbaro ed esordio letterario con un romanzone di fantascienza del 1966, che oggi ai pargoli al massimo danno ‘Il signor Dinosauro. Peppa Pig. Hip hip urrà per Peppa!’, che hanno paura crescano con la voglia di fare l’astronauta, avendo carenza di idraulici.

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E alla vostra destra l’impronta di Neil Pigstrong

Vediamo di fare un po’ di storia spiccia, niente di pretenzioso o eccessivamente accurato che altrimenti mi esplodono i neuroni. Eh, sì, perché la fantascienza non è roba da poco!
Facciamo i primi nomi, Jules Verne e H.G.Wells, che pure i sassi di Marte ormai dovrebbero conoscere.
La base di partenza è il romanzo scientifico, sebbene pure gli antichi greci s’immaginarono viaggi sulla Luna, un fantasticare che è proseguito, a periodi alterni, fino al 15° secolo. Poi basta, la Luna passò di moda e tutti vollero andare su Venere. Potremmo citare pure Frankenstein, a dirla tutta, che il buon Victor Von usava macchinari pazzeschi per portare in vita la creatura, ma Verne e Wells sono ufficialmente i capostipiti del genere come lo intendiamo noialtri.
Mi ha fatto piacere scoprire che è esistito un romanzo chiamato Erehwon (1872), a opera di Samuel Butler, dove questi si immaginava che le macchine diventassero senzienti. Un Asimov ante litteram. O un Matrix. Vedete voi. Il perché del piacere lo delego alla pagina dei link.
Per il sottoscritto, la fantascienza totale esplode con Wells e il suo ‘La guerra dei mondi’, che l’imbuto con tre zampe ancora me lo sogno la notte.

Facciamo altri cenni storici, in quanto è obbligatorio parlare della cosiddetta Epoca d’Oro degli anni ’40, che non erano fighi come gli ’80 (per l’assenza di Doctor & The Medics e Iron Maiden) ma avevano il loro perché.

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La rivista Astounding Stories, creata nel 1930, ospitava inizialmente racconti pulp, ma un po’ come le arti marziali cinesi cambiò nome e stile tante di quelle volte che ci vorrebbe un articolo solo per lei. Ci limiteremo a restare in argomento dicendo che l’incarnazione che ci interessa è quella denominata Astounding Science-Fiction, un’idea del mai troppo lodato John W. Campbell. Sulla rivista trovarono spazio nomi del calibro di Isaac Asimov, giusto per citare un omino a caso, e Robert Anson Heinlein (noto nel mainstream per Starship Troopers ma autore di tanta altra roba buona), inaugurando ufficialmente l’Epoca d’Oro della fantascienza.
Giusto per la cronaca, le tre leggi della robotica furono partorite da Asimov proprio da quelle parti e in quel periodo, anche grazie all’apporto di Campbell.

Gli anni ’50 rovinarono la festa, anche a causa della bomba atomica, la guerra fredda e una diffusa diffidenza verso la tecnologia. Manna dal cielo per chi era stufo di storie epiche e degli scienziati buoni, perché poté sfogarsi come si deve dilaniando tutti i topoi che avevano contraddistinto il genere sino a quel momento.
La festa fu rovinata perché qualcuno si pose una domanda: la scienza è pericolosa? Ecco quindi l’arrivo di una nuova, succulente ondata di sci-fi pessimistica e catastrofica.
Richard Matheson, per dirne uno, Robert Sheckley (che purtroppo conobbi in epoca tarda, maledetto fu Deep Space Nine), autori non completamente tradotti nel nostro paesaccio. Doveroso citare un certo Philip Kindred Dick, che in quegli anni pubblicò le sue prime opere. Una piccola nota personale: Ubik, che è considerato tra i 100 libri più importanti dagli anni ’50 a oggi, ancora non mi fa dormire la notte per quanto fosse avanti. E c’è gente a cui fa schifo, va beh… gli dedicherò un articolo in futuro.

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Sta pure in offerta all’Esselunga!

I favolosi anni ’60, accidenti. Mio zio Mauro dovrebbero farlo santo, martire e pure parroco onorario di Petacciato per avermi spalancato le porte della sua libreria. La mitica collana Urania! Poggiai le mie manine bimbesche su tutte quelle copertine scolorite, annusai a pieni polmoni l’odore della carta invecchiata e mi crogiolai davanti a quelle copertine così kitch di cui ho una nostalgia tremenda.
Così conobbi la fantascienza, con quella degli anni ’60, animata da uno spirito modernista e da una voglia di rompere certi tabù. Perché non parlare di droga in un romanzo di fantascienza? Si può fare.
Ricordo un fantastico romanzo (di cui la memoria ha ormai inghiottito il titolo) in cui il protagonista in viaggio verso l’ignoto, a bordo di un’astronave aliena (anche se era terrestre, cioè i terrestri erano gli alieni) poté assaggiare un simpatico cocktail a più strati; ogni strato era un pianeta del sistema solare e alla fine della bevuta si fece un trip memorabile. Stiamo parlando tre spassosissime pagine dedicate a un bruciabudella cosmico, se non era avanguardia quella…

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Posso smettere quando voglio…

La carrellata prosegue entrando negli anni ’70, che fondamentalmente proseguirono sulla linea del decennio appena trascorso con un’interessante novità. La fantascienza sembrava essere un appannaggio tutto maschile, ma in fase di rivoluzione sessuale anche le donne vollero dire la propria.
Ringraziamo quindi Marion Zimmer Bradley (indimenticato amore giovanile, letterariamente parlando), Doris Lessing e Ursula K. Le Guin per aver aperto le danze, che le quote rosa male non fanno.
A spingere il genere contribuì molto la cinematografia, perché guarda caso proprio nel ’77 un certo George Lucas sfoderò un altrettanto certo Guerre Stellari, con le conseguenze che ben conoscete. Ero un po’ piccino per vivere appieno il fenomeno, ma d’altronde mica si può avere tutto, ma ricordo bene quando lo vidi la prima volta, sempre bimbo, in televisione: vedere muoversi quel che fino ad allora avevo solo immaginato sulla carta è stato da orgasmo. Gli fece paio una visione tardiva di 2001 Odissea nello Spazio, che per anni e anni mi inquietò con quel finale volutamente criptico e che compresi solo leggendo il libro. Kubrick giocò davvero sporco, bravo ragazzo.
E poi vennero gli anni ’80 e per la prima volta sentii parlare del cyberpunk. Essendo un bimbetto scemo e nerd, il mio primo impatto fu videoludico.
1988. Sfogliando distrattamente la mia rivistina di videogiochi preferita (Zzap!) eccoti spuntare Neuromancer, avventura grafica per sempre amato Commodore 64. I recensori, che erano un filo più anziani del sottoscritto (giusto quei dieci anni) Neuromante di Gibson (da cui era tratto il gioco) se lo ricordavano bene e allora ecco a menarmela perché accidenti non trovavo quel libro in giro, perché accidenti nessuno lo conosceva e cose così. Siamo in Italia, doveva essere la risposta, ma non la conoscevo ancora, così mi toccò leggerlo solo molti anni più tardi, rimanendone folgorato.
La bellezza del cyberpunk era il modo straordinario con cui riusciva a essere verosimile. Vero, anche lì potevano esserci navi spaziali, ma il punto era mostrare una civiltà distopica, governata dal capitalismo, degrado sociale, annullamento dei valori e altre sozzerie che avremmo visto un ventennio più tardi. Ubik, sotto questo aspetto, fu ancora più impressionante nell’immaginare quel che Neuromante e compagnia riuscirono a definire così bene, ma gli aspetti tecnologici, che erano possibili e molti oggi realizzati, davano un’idea più terrena, tangibile di una fantascienza a portata di mano. Prima si pensava al 21° secolo come chissà cosa, Gibson e altri geni del suo campo ci riportarono coi piedi per terra.
Il bello del cyberpunk era proprio questo, potevamo immaginare senza esagerare e pure divertendoci, potevamo riflettere sui temi sociali senza deprimerci e fantasticare sul cyberspazio, vedendolo poi realizzarsi in una forma semplice con Internet.
E poi, va beh, c’era il disco di Billy Idol, ma quello arrivò nel 1993 e non conta. Anzi sì, conta, perché per me era ed è una figata mostruosa.

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Shock! Shock to the System!

E siamo arrivati alla nostra epoca, il ventennio dagli anni ’90 e che ancora viviamo, con cui però, lo ammetto, ho poca dimestichezza. Ho letto diverse cose, ma alla fine la mia evoluzione fantascientifica si è fermata al cyberpunk.
Apprezzo che il genere abbia tentato di rinnovarsi facendo quel che ha fatto lo steampunk col fantasy, ovvero portare le tematiche in situazioni anacronistiche. La Torre Nera, ad esempio, pur essendo stato partorito negli anni ’80 ha contribuito non poco, col suo ciclo, a mescolare le carte. E mettiamoci pure il nostro Evangelisti, che sebbene un po’ a forza è riuscito a cacciare fantascienza nelle storie del suo inquisitore Eymerich, di cui ho letto tutto, anche se apprezzo poco. Della serie la speranza è l’ultima a morire, che l’idea c’è ma qualcosa scricchiola, e di brutto, ma non demordo.

A questo giro saltiamo i topoi della fantascienza, già mi sono dilungato e comunque non c’era molto da mettere alla berlina.
Passerei invece alla chiusura e, come mio solito, sparo un bel consiglio.

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Solaris di Stanislav Lem è una di quelle cose che, prima o poi, bisogna leggere. Non c’è nulla di epico, niente eroi o conquiste o battaglie spaziali. Non è nemmeno provocatore, perché Lem aveva sì una carica sovversiva non indifferente, ma gli piaceva più porre domande che dare risposte.
Solaris lo amo proprio perché pone l’uomo davanti al vero ignoto, quello che non può capire in nessun modo, ma solo accettare. E’ la cosa più realistica che ho trovato nel genere e a distanza di molti anni ancora mi perseguita.
Gli uomini, messi davanti a qualcosa che NON possono capire, che farebbero? Distruggerla? Possibile. Ricamarci sopra per vendere libri, saggi e altre fesserie che non spiegano nulla? Anche. Menarsela alla grande spendendo miliardi per poi relegare tre sfigati a capirla, giusto perché qualcuno deve provarci e cazzi vostri? Certamente.
Solaris vi farà incazzare, siete avvertiti, ma se lo capirete ricorderete per sempre l’ultima immagine con cui si chiude, tanto amara quanto meravigliosa: la natura umana, minuscola e impotente, che accetta ciò che non comprende e lascia che sia.
Sarà stato anche uno scrittore dell’est, ma Lem era stranamente ottimista.

 
Prossimo: Avventura! Noi uomini veri e donnine arrapate col fucile e la katana

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9 commenti su “Sui Generis: Fantascienza!

  1. Pingback: Sui Generis: Fantasy! | Wormhole Diaries

  2. una citazione per Nathan Never sarebbe stata doverosa, leggo poca fantascienza ma quello lo seguo dal primo numero e devo dire che non perdono un colpo, in vent’anni e passa il livello è sempre parecchio alto.

      • visto che hai parlato anche di film, ho intuito che il post non fosse circoscritto ai libri :p

      • Ho parlato dei film, perché negli anni ’70 spinsero parecchio il genere.
        Curiosamente, oggi accade il contrario, cioè sembra che i film non riescano a riportare l’attenzione verso il genere letterario. Ma anche qui ci sarebbe da discutere: è vero che non leggiamo più una mazza? Sì, questo è vero, quindi il film ci appaga a sufficienza senza che spingerci a provare le emozioni di un libro?
        Comincio a pensare che oggi il cinema non stia aiutando granché…

      • Sono pienamente d’accordo a metà.C’è da dire che il genere fantascienza non gode esattamente di grande popolarità, in particolare gli autori non sono poi così famosi presso il “grande pubblico”: alcuni di quelli che hai citato non li ho mai sentiti nominare e, insomma, un minimo il genere l’ho cagato. Per cui secondo me i film hanno il pregio di far conoscere un genere o determinati autori a chi è appassionato-ma-non-troppo, mentre chi non se l’è mai filata continuerà a non filarsela.

      • è anche vero che non sono mai andato oltre Adam In Chains, un pezzo talmente brutto da farmi passare la voglia di proseguire l’ascolto ogni volta che ci ho provato :p

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