Il Cavalier Buffone: Masterchef Finisterre

Masterchef_Finisterre

Uno degli elementi preponderanti ne Il Cavalier Buffone è senza dubbio la cucina. Mai saputo fare una mazza ai fornelli, non per pigrizia bensì manifesta incapacità. Mi piaceva guardare mia madre che cucinava, guardando imparai il pugnetto di sale nella pentola, la carne alla griglia, l’uovo e tante piccole cose che, mi dissi, meglio impararsele ora che poi se mi trovo a vivere da solo mi toccano i surgelati.
Spiare servì, in effetti, quando mi toccò per forza cimentarmi ai fornelli qualcosa, almeno, la sapevo fare. Mai ricorso ai surgelati o ai precotti (tié), giusto trippa e fagioli in barattolo perché mi piaceva e non avevo idea di come farla.
La sfiga volle che quando riuscii a trovare una casa economica ero nella mia fase vegetariana. Non mangiavo carne, problemi intestinali che non vi sto a dire e che, purtroppo, identificai in quella. Per un anno non toccai carni rosse e bianche, costretto a compensare con soia e, purtroppo, integratori.
Oh, pensatela come vi pare, ma l’essere umano è onnivoro, poi uno decide da solo sulla propria cucina.
Mi toccò quindi barcamenarmi nell’inventare ricette prive di carne, usufruendo di quella cosa schifosa che risponde al nome di soia secca (o qualcosa del genere): con una scatola e due euro ci campavo una settimana, risparmiando pure. Riso bollito, sughetto e pesto a condire e… mani ustionate. Sì, perché quando maneggi la soia e non ti metti i guanti i risultati potrebbero essere deleteri.
Tre miei amici subirono l’esito di cotanta follia con un invito a cena, poi mi tolsero il saluto (non è vero, ma non sono convinto che abbiano apprezzato granché).

Che c’entra tutta questa premessa col Cavalier Buffone? Altra bizzarra coincidenza volle che ci stessi già lavorando, così quando un’amica mi chiese come facevo a cucinare quello strano piatto di soia le scrissi la ricetta, buttandola un po’ sullo spiritoso.
La rilessi. Ancora. E ancora.
Ah, però, mi disse, se cambio qua e là potrei anche infilarla nel libro!
Ed ecco che la soia diventa carne di creatura leggendaria e che la ricetta dello spezzatino si trasformi in “Spezzatino di wyrm per principianti”, la ricetta segreta di Hector Von Glover a cui è legato uno dei miei capitoli preferiti.
Il Viandante è infatti costretto dal taverniere a recarsi presso un bosco detto Rifugio di Smeraldo e consegnare questa ricetta segretissimissima a un fantomatico ‘saggio’. Un’avventura fuori porta prima della minaccia vera e propria, in compagnia della ranger Lorelei Destat e altre storielle di accompagnamento.
Il wyrm non è l’unica pietanza presente nel romanzo, in effetti Il Cavalier Buffone si apre proprio col menu della Taverna del Grifone Lussurioso:

-Arrosto con spezie orientali, da leccarsi i baffi
-Brodino di pollo, per stomaci indigenti
-Brodino vegetariano, per stomaci indigenti e lamentosi
-Focaccine farcite all’uovo sodo, specialità di Hector, con contorno d’insalata d’orto
-Focaccia grande con sugo e mozzarella sopra, ultimamente molto richiesta, contorni a scelta
-Riso saltato con mais e cipolle, leggero e nutriente, con una fragranza che non dimenticherete
-Verdure grigliate con piselli e sughino di pomodoro fresco, spesso confuse per contorno valgono un ottimo antipasto

Poi c’è lo stufato di Aurora, il leggendario pasto per la celebrazione del Solstizio di Zullo (altra storiella), durante il quale il Viandante è costretto a fare il cameriere:

Fare il cameriere è facile, qualcuno ti urla da lontano, accorri trafelato con un pezzetto di carta e un poco di grafite, ci scrivi sopra quello che ti dicono accanto al numero del tavolo, poi trotterelli verso il bancone, dai il pezzetto di carta a Hector, accogli filosoficamente qualche insulto e saetti all’urlo successivo. I clienti urlano sempre e comunque, anche se ti stanno alle spalle. Non è maleducazione, ma questione di abitudine: se sei avvezzo a urlare perché c’è un solo cameriere che la maggior parte delle volte è dall’altra parte della sala a raccogliere le ordinazioni di chi aveva urlato prima, è ovvio che a tua volta alzi la voce, non sia mai che non ti sente. Se poi l’urlatore precedente sta al tavolo accanto al tuo, tu urli lo stesso per abitudine, appunto, non sia mai che non ti sente.

Ma che alimenti potrebbero preferire i finisterrici?

Clienti che ti chiedono di aggiungere alla braciola della salsa di jamadujona, o della polvere di sascamadina, o un goccio di barbasucrana, o qualche spruzzata di furuguanina, o un pizzico di caratamole, qualsiasi accidenti fossero queste cose.

Avremmo pure tapiro, la specialità di Hector alla quale sono dedicate numerose citazioni.

Il bello del tapiro è che si cucina ch’è una bellezza, così tenero ma compatto, non si sfalda neanche a grandi temperature. Inoltre ha quel sapore dolce e delicato che ricorda un poco il coniglio, con le verdure, poi, fa resuscitare i morti.
Piccola controindicazione: il tapiro stufato puzza come uno dei morti succitati, in cottura e nel piatto. Diciamo che l’odore non gli rende giustizia.

Terminate qui solo alcune delle innumerevoli e strampalate citazioni culinarie veniamo al dunque.

Masterchef_Trio

«Il piatto è originale e la carne ben cotta. Ottima la scelta dell’accompagnamento con verdure stufate. Per me è sì»
«Il tapiro è cotto alla perfezione, ma perché chiamarlo “Stufato di verdure al tapiro”, invece di “Tapiro con verdure stufate”? Non ha senso! Mi spiace»
«Vuoi che moro?»

Va bene, mi rifarò l’anno prossimo.

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