Di mentori e brave persone (2)

La scuola è un processo non solo di formazione culturale (a livello teorico), ma anche di preparazione alla vita (sempre a livello teorico).
Non girerò attorno alla cosa con false ipocrisie: io odiavo andare a scuola.
Per tutta la durata delle scuole dell’obbligo ebbi grossi problemi, non ero interessato alla maggior parte delle lezioni eppure, in qualche modo, imparavo tutto. Diciamo che non corrispondevo alle aspettative dello studente medio, imparavo bene quello che pensavo potesse servirmi (anche da bimbo avevo un istinto evolutivo che non aveva nulla a che vedere con la crescita professionale, ma umana), tralasciando molte cose.
Un esempio erano le divisioni. Alle elementari rappresentavano una tragedia, quando toccava a me andare alla lavagna ci stavo almeno un’ora o due (non scherzo, più di una volta sospendevamo per la pausa mensa). Niente, io le divisioni non le volevo fare, almeno non con quel metodo che mi insegnavano. Mi venivano meglio se le facevo da solo, con l’intuito, perché in fin dei conti se conosci le tabelline è facile compiere una divisione, ma se ti tocca prendere il numero sopra, pensare a quante unità qui e là, riporta giù, e il trattino e la minchia ti viene da dire: “Oh! Ma se faccio un calcolo veloce pensando al numero che potrebbe portare a quella cifra non faccio prima? Toh, ci perdo un paio di minuti al massimo”. No, dovevi seguire la procedura, le divisioni si imparavano così.
Fanculo. Alle medie tutte ‘ste menate non le facevano, imparai il concetto di minimo comune multiplo e i tempi di risoluzione di una divisione scesero da due a un minuto. Poi uno dice che gli sta sul cazzo la scuola, per forza! Ma si trattava delle basi, non potevo capirlo.
Io, che con velleità scrittoriali già a dieci anni quando mi toccava un compito in classe di Grammatica non superavo il Gravemente Insufficiente. MAI. I temi andavano benissimo, talvolta la prof mi faceva l’editing togliendo porzioni di testo e scrivendo a lato cos’avrebbe messo lei. Figo, a pensarci bene dovrei cercarla che magari aiuta ancora.

Ma non starò qui a discorrere della Grammatica e della divisione, no, era giusto una premessa per introdurvi a Guglielmone.
Chi era Guglielmone?
Il professor Guglielmone fu il mio insegnante di Ragioneria all’ultimo anno e vorrei parlare di lui proprio ora che la maturità molti se la sono lasciata alle spalle.
Ormai avrete capito che a scuola non ero certo uno da massimi voti, però ci fu un periodo nelle scuole superiori (dalla prima alla quarta) in cui feci faville. Cioè, ero poprio un secchione. L’ultimo anno, purtroppo, dovetti passarmelo in un altro istituto e con altri insegnanti, metro rossa di Milano (l’Odio) e una classe di sconosciuti che avevano trascorso assieme quattro anni, ma chi li conosceva? Per fortuna compresero subito il giro del fumo e non si azzardarono a prendermi di mira, anzi, ad alcuni dei più truzzi stavo pure simpatico (mai capito perché). Cercavo di essere socievole, nel limite della confidenza che non volevo dare, cercando più di fare amicizia con le ragazze (se qualcuno chiede per quale motivo si sputi in un occhio da solo, prego).
Abituato ad avere una professoressa carina e dolcissima, trovarmi questo omone baffuto e stempiato, alto quasi due metri e dalla postura statuaria (di quelle, per intenderci, che non gli devi rompere le palle) fu un piccolo trauma.
Ma Guglielmone non era un uomo qualsiasi, no, lui era infrangibile. Niente poteva turbarlo, dall’alto della sua mole nessuno osava sfidarlo, non alzava quasi mai la voce, ti stendeva col sarcasmo o con la battuta da Bastianich, tipo chiederti se i tuoi genitori t’hanno venduto agli zingari e cose così. Eppure era un uomo normale, comune, banale. Entrava sorridendo, il suo passo era leggero nonostante tutto, salutava e noi col ciufolo che ci sognavamo di non fare altrettanto. Incuteva una sorta di timore energetico, nel senso che mai ti avrebbe preso a testate, mai ti avrebbe messo la famigerata nota sul registro o convocato i tuoi genitori (a meno che non ti beccasse a farti una pippa in classe). La preside? Mai chiamata, non ne aveva bisogno: aveva una sorta di aura tipo Vegeta che se la bruciava era meglio chinarsi e chiedere scusa.
Guglielmone era duro come il ferro, ma non era un duro. Per intenderci, sorrideva dietro la sua scrivania e illustrava la materia con precisione e metodo, senza strane velleità: era un ragioniere puro e un insegnante che sapeva cosa stesse dicendo. Nessuno poteva dubitare della sua preparazione, le sapeva tutte, di tutto e di ogni ognibile e conoscibile. Un database umano, una stringa di SQL con le braccia, un manuale coi baffi (letteralmente).

Non fu subito amore tra noi, nel senso che sapevo riconoscere un insegnante e un uomo con due palle così, ma che avevo comunque un mio metodo maturato negli anni precedenti che lui, semplicemente, non capiva. In ogni caso me la cavai, tra noi c’era una certa indifferenza: tu insegni e io imparo, va bene così.
Però qualcosa cambiò, vide che scrivevo, ogni tanto, buttava l’occhio passando vicino al mio banco e sorrideva. Sorrideva sempre, sotto i suoi baffoni. Parlammo in privato una volta, il mio rendimento nell’ultimo anno non era eccelso e avevo tante cose per la testa: l’esistenza, la scrittura e pure un fidanzamento che andava maluccio, anzi proprio di merda. Insomma, non c’ero con la testa. Non glielo dissi, cioè non usai questi problemi a scudo dei miei fallimenti: se mi beccavo un basso voto, incassavo e me ne andavo senza dire una parola. Accettazione della realtà: sbaglio e pago.

Incontro coi genitori, quella sera venne mio padre. Mai stato tipo da farmela addosso quando i genitori parlavano con gli insegnanti, nel bene come nel male ero abituato a tutto. Mio padre entrò in classe, buttai un occhio distratto: Guglielmone era serio e quando lui gli disse chi era fece un grande sorriso e gli strinse la mano, dandogli anche una pacca sulla spalla.

La mia faccia –> O__O

Che era ‘sta confidenza? Cioè, Guglielmone non era tipo da effusioni, dava più l’impressione di un Maestro d’Arme:

«Toh, prendi ‘sta spada e usala»
«Ma pesa dieci chili!»
«Hai tutta la vita davanti per imparare a sollevarla. Dai, fammi vedere»

Un insegnante puro, stampato, forgiato e dedito solo a quello. Che stava accadendo?
Più facile di quello che avessi mai potuto pensare, semplicemente lo avevo sottovalutato, perché non solo lui sapeva tutto di tutto, ma non era nemmeno coglione. Aveva capito che tenevo nascosti dei problemi, anche se non li esternavo o ne parlassi in alcun modo, SAPEVA che qualcosa non andava in me e che il mio rendimento dipendeva da quello. Non era stato difficile per lui, suppongo gli sia bastato chiedere ad altri insegnanti nelle cui materie andavo bene. Supposizioni plausibili, a ben vedere, e forse concluse che non mi mancava la voglia di studiare, ma che ero discontinuo a causa di problemi al di fuori della scuola.
Oh, manco i miei c’erano arrivati. Iniziai a provare una certa stima per lui, perché quando hai a che fare con una persona intelligente non puoi che provare ammirazione, a meno che tu non sia invidioso.
Quel tizio la sapeva lunga, io DOVEVO attingere al suo pozzo, era troppo in gamba, troppo sveglio e sgamato per ignorarlo. Lo osservai, provai a parlare di più con lui, ma solo di materie tecniche e mai di roba personale. Alla fine dell’anno, proprio dopo l’ultima interrogazione (che non fece del tutto schifo) decisi di sfogarmi.
Gli dissi tutto senza strafare o entrare nei dettagli di un fidanzamento complicato, del rapporto deteriorato coi miei e degli amici che stavo perdendo per quella storia. Ammisi che in quell’anno la scuola non era stata al centro dei miei pensieri e che avevo fatto proprio schifo. Terminai tutto dicendogli qualcosa del tipo “Glielo dico ora, perché da adesso in poi c’è solo la maturità su cui non avrà alcuna influenza: non volevo che i miei problemi sembrassero una scusa, ho meritato ogni commento e giudizio negativo”.

Quelle parole, quella sincerità… non so, credo che lo impressionarono e compresi che, in fin dei conti, gli ero sempre stato abbastanza simpatico.
Eppure mi aveva dato dei segnali, aveva ascoltato una mia conversazione in cui dicevo di voler capire meglio il DOS (allora c’era solo un fantomatico Windows 3.1) e il giorno dopo mi mette sul banco il suo manuale (che studiai IN UNA SERA e gli riconsegnai il giorno dopo con mille ringraziamenti). Il sorriso a mio padre, quelli che mi faceva quando mi vedeva in difficoltà… Non ero speciale, per lui, ero uno studente con dei problemi che si rifiutava di essere compatito e voleva farcela da solo.
Ma da soli, ormai lo sapete, non si arriva da nessuna parte.
Quando mi rispose “Apprezzo quello che hai detto” capii che mi stava tendendo una mano: il mio insegnante era mio amico. Non padre, non zio. Amico. Mi capiva, perché aveva esperienza e non era un cretino, mi rispettava e con quelle parole, compresi, mi stava assicurando supporto umano per quello che mi aspettava.

Fu Guglielmone a presentarci all’esame, nessuno voleva farlo (classe senza speranza) così si offrì lui.
Inziai a studiare come un matto, mi alzavo alle 6 della mattina, correvo a scuola per non avere distrazioni casalinghe e mi buttavo sui libri. Talvolta davo lezione, cioè studiavo cose e poi le spiegavo ad altri, in modo non solo di aiutarli ma anche di memorizzare meglio e diventare disinvolto nell’esposizione.
Però c’erano sempre i problemi, la fidanzata, i genitori, la sfiga. L’unico svago me lo concessi con un concerto degli Helloween, con spalla Skin e gli Skunkworks. Figata. Era l’anno di Time of the Oath, per me era una libidine totale.
Tolto lo sfizio torno all’opera, faccio i miei scritti e poi accade.
Panico.

Panico

Ero stato calmo e sereno fino a quel momento, convinto di sapere, di conoscere, di essermi impegnato. Avevo messo da parte i problemi personali, non vedevo la donna, manco gli amici: ero io e la scuola.
Ecco, forse è stato quello: nessuna distrazione aveva aiutato la concentrazione, facendomi ignorare che, a conti fatti, avevo un fifa tremenda.
La sera prima dell’orale ero in stato d’ansia aliena, il cervello orbitava attorno a Giove e non c’ero proprio con la testa.
Squilla il telefono: era Guglielmone.
Come stai? Come va? Tutto bene? Ti senti pronto?
Stava facendo il giro di telefonate a tutti gli allievi per capire come stessero messi. Una chiamata di cortesia?
Non ce la faccio, gli dico tutto: sto sbroccando, non so se riesco a entrare là dentro, io scappo, vado in Madagascar.
Lui ride, piano, e mi fa un discorso breve di incoraggiamento, con uno strappo alla regola: mi dice i voti che ho preso negli scritti, il massimo nel tema e l’unica sufficienza nel compito tecnico di tutta la classe.
Devi venire per forza, a questo punto, mi fa, perché non è possibile che tu non sia pronto.

Aveva ragione. Ero il penultimo in lista, ma arrivai presto per aiutare un’altra compagna. Entrai, ero nervoso, ma quando mi sedetti davanti a quella commissione di estranei tutta la fatica e la tensione scomparvero, come scaricate da una presa di terra.
Tutto andò bene, anzi, benissimo. Al mio fianco Guglielmone che sorrideva, me ne accorsi solo alla fine che stava lì.
Uscimmo, pausa riflessione per la commissione. Mi fa i complimenti, sa che sono un tipo formale e le confidenze mi mettono a disagio. Mi sorride. Ecco, i sorrisi. Quelli mi piacciono, so capire anche quando sono ipocriti, ma quelli erano sinceri.

Ciò che accadde in seguito fu davvero strano. Finito tutto ci salutammo e non lo vidi più, almeno finché non decisi di passare da quelle parti all’inizio del nuovo anno. Mi accolse la preside, mi disse ‘vieni’ e mi cacciò dentro la classe dove Guglielmone stava insegnando. Lui mi presenta alla classe e questi applaudono. Che?
Niente, ha solo letto loro il mio tema. Ma guarda te che roba.

Cosa mi ha insegnato davvero il professor Guglielmone?
Intanto che, a dispetto delle apparenze, esistono MOLTI insegnanti con una grande passione e competenza. Il che a un ragazzo non è del tutto chiaro quando è costretto a portarsi a casa un 5.
Mi ha insegnato che il mio desiderio di dignità non era stupido e che, anzi, era apprezzabile.
Che l’umiltà di accettare il proprio errore e le condizioni avverse è cosa gradita alle persone intelligenti, che sono quelle di cui ognuno di noi dovrebbe circondarsi.
Ma soprattutto mi ha insegnato l’autostima, che non vuol dire ritenersi figo per questo o quello. No, l’autostima è quel meccanismo sottile che non ti fa sentire inferiore a nessuno, ma neanche superiore ad altri. Ti mette nella privilegiata condizione di essere consapevole del tuo valore, così come dei tuoi limiti. Ti da’ la motivazione per superare i problemi senza fermarti a scuotere la testa con un “Non ci riesco”. Non tutto si può risolvere, ma la resa non da’ alcun valore aggiunto.
Provale tutte, se proprio capisci che non c’è soluzione passa oltre, cambia strada, trova altre vie.
E ascolta i consigli, perché l’autostima viene anche dal riscontro altrui e quando la stringi cammini a testa alta in mezzo a 20.000 stronzi che non sanno chi sei e pretendono di giudicarti per come ti vesti, passeggi o ti gratti il culo. L’autostima non ti spinge a fregartene, solo a non considerarli.
Sai chi sei.
Sai quanto vali.
Sai cosa potresti fare.
E ti da’ il carburante per provare, la chiave di accensione e il pedale: poi sta a te pigiarlo.

Grazie, professor Guglielmone, questa lezione è stata migliore di quella sul marketing che non siamo mai riusciti a fare.

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