L’amore ai tempi del pallone

Amore_ai_tempi_del_pallone

Questo sarà un articolo un po’ diverso dal solito e solo in apparenza non in linea col blog.
Parlerò di calcio. Sì, giuro, lo sto per fare davvero, ma prima di andarvene di corsa aspettate un momento.

La rivista letteraria online Inkroci ha pubblicato un mio racconto, e fin qui niente di eclatante, ciò che mi preme riferire è che è stato incluso in uno speciale dedicato al calcio. Letteratura e calcio sono due parole che sembrano cozzare con forti stridii, eppure nell’ambiente la tematica del pallone è stata più volte trattata.
Se date un’occhiata al bellissimo editoriale di Michele Curatolo QUI potete farvi un’idea del motivo che ha portato la redazione ad affrontare il tema.
Tengo, in particolare, a riportare questo passaggio:

“Davanti a chi, al solo sentir nominare il calcio, gli parlava in redazione della violenza dei tifosi, dello spreco inutile di denaro, dell’inclinazione verso il razzismo, l’omofobia e la corruzione di alcuni suoi esponenti, e persino del periodo negativo in cui versa la Nazionale italiana […] Ha rapidamente ricordato la Storia critica del calcio italiano di Gianni Brera, scrittore sapido e coltissimo, che teorizza il calcio non già come un gioco, ma come l’immagine viva e autentica dello spirito del popolo da cui esso trae origine. E poi l’etologo inglese Desmond Morris, che in La tribù del calcio dà di questo sport (e della sua presunta carica di violenza) un’interpretazione sociologica, rappresentandolo come un nuovo tipo di caccia rituale, in cui il goal è la preda da catturare e il pallone l’arma per colpirla. E infine Nick Hornby e il suo romanzo autobiografico (e poi film) Febbre a 90°, ove si svela la natura della passione dei tifosi e si spiega che, per chi ama il calcio attraverso la propria squadra, esso non potrà mai, assolutamente mai, essere “solo un gioco”, ma piuttosto una posizione esistenziale o, ancor più giustamente, un destino.”

Il punto cardine, quindi, è che se non siete tifosi o avete smesso di esserlo per lo schifo, difficilmente riuscireste ad accettare il concetto di gioco del calcio in Italia come parte della nostra cultura. Sarebbe più facile indicare la corruzione, i tifosi violenti, le offerte su Sky e Mediaset e calciatori con troppi grilli in testa che infestano i telegiornali con gossip e altre sciocchezze.
Il calcio è uno sport privo di contenuti, mi hanno detto. Forse. O forse no. Forse il problema non è il calcio.
Io pratico arti marziali, c’è un contorno filosofico e atletico, tutto bello, tutto figo finché non saltano fuori gradi e cinture vendute al miglior offerente, maestri improvvisati che insegnano stili a caso, per tacere di quelli che usano il proprio ruolo e carisma per schiacciare qualche allieva.
Il problema, allora, è l’arte marziale?
No, allora perché accanirsi sul calcio?

Un tempo fui tifoso, era bello, era divertente, appassionante. Ho portato avanti questa cosa sino ai mondiali del ’90, poi ho smesso. Le cause furono tante, ma soprattutto non riconoscevo più il calcio, non era quello di Scirea, di Platini, di Baresi, Rumenigge e Van Basten che ricordavo con gioia. Era diventato, ai miei occhi, un marasma di cifre d’ingaggio, gossip, ciarlatani e puttane.
A parlarne oggi mi dispiace, perché ho bellissimi ricordi della mia vita di tifoso. Qualche domenica allo stadio senza riuscire a capire una mazza di quello che vedevo in campo, la dimenticanza delle regole del gioco che oggi non mi fanno più riconoscere un fuorigioco ma che allora erano motivo di dispute con parenti e amici, le serate birra e pizza davanti alla TV per dimostrare che se gridi di tirare prima o poi quello tira davvero, che ti sente, diamine, in barba alle invettive di mamma.
Era bello essere tifoso negli anni ’80 e nei primi dei ’90. Poi non m’è più piaciuto, ma i ricordi non se ne sono mai andati.

Da questa ingenua gioia ho partorito “L’amore ai tempi del pallone”, che è sì una piccola storia sentimentale tra ragazzi, ma è anche una mezza autobiografia che tenta di rievocare la sciocca e dolce gioia di una partita vista cogli occhi di uno sciocco tifoso, che paragona i begli occhi di una ragazza ai fari dello stadio in notturna, che nonostante vada avanti con la propria vita nella sua testa continua a martellare un pallone e i colori della sua squadra.
Perché è vero, io col mio cugino interista mi menavo davvero, qualche volta le prendeva lui e qualche volta io, però a distanza di 30 anni gli voglio ancora bene. Il calcio non ci ha diviso, semmai il contrario. Oggi non siamo più i tifosi di una volta, ma se lo prendo da parte e gli chiedo di ricordare le ore passate sul tavolo della cucina, tagliando foto dalla Gazzetta dello Sport per arricchire il NOSTRO giornale sportivo secondo me un bel sorriso gli si dipinge eccome.
E gli chiederei finalmente per quale accidenti di motivo dipingeva gli scudetti di nerazzurro.

Se lo desiderate cliccate sulla copertina di Inkroci e andatevi a leggere il racconto, altrimenti vi ringrazio lo stesso per avermi letto fin qui.

Inkroci_speciale_calcio

LEGGI
“L’AMORE AI TEMPI DEL PALLONE”

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