Non c’è niente di speciale nell’essere originale

Era da un po’ che volevo scrivere questo articolo, uno spunto di un mio contatto su Facebook mi ha fatto venire l’ispirazione, quindi eccoci qua.

Tema del giorno: l’originalità.

L’autore del post fa una simpatica provocazione, citando gli innumerevoli autori che millantavano trame originali sul suo profilo.

Fortunatissimo, direi, anche perché l’ultima trama originale che ho visto è stata in un videogame, per l’esattezza Attack of the Friday Monsters.

Attack of the Friday Monsters

Tralasciando per un momento la pretenziosità di una trama originale, che magari c’era davvero ma al momento non è pervenuto, dicevo che era un po’ che volevo scrivere questo articolo, nella fattispecie da quando ho recensito Dove le strade non hanno nome, un discreto romanzo di fantascienza che più classica non si poteva, abbastanza prevedibile ma scritto bene, e che mi era piaciuto proprio in virtù del suo voler essere vintage nelle intenzioni e moderno nella resa. Insomma una lettura per nulla originale, però divertente.
A tal proposito scrissi:

“Monteduro sceglie quindi la vecchia via, quella di narrare gli eventi, senza eccessivi approfondimenti psicologici sui personaggi (che risultano quindi volutamente stereotipati e quindi funzionali alla narrazione), immaginando le possibili conseguenze di un primo contatto.
Nulla di originale su ogni fronte, beninteso, ma è davvero necessario essere originali a tutti i costi?”

Di acqua sotto i ponti ne è passata, nel frattempo ho pubblicato del mio e ho ricevuto anche delle recensioni, non sempre lusinghiere, alcune delle quali puntavano il dito sulla mancanza di originalità. Non critico mai i giudizi sul mio lavoro, però anche qui mi è sorta una riflessione: è davvero un male non essere originali? Perché, in fin dei conti, di originale oggi si trova poco e niente.
Ogni genere ha ormai un suo cliché, da cui ci si discosta poco, che comprende un certo tipo di personaggi, funzionali a una trama che tenta di costruirsi in modo tale da essere attinente alla narrazione voluta. Tradotto: se vuoi raccontare di un’invasione aliena, puoi dipingerla come vuoi ma è pur sempre un’idea da anni ’50, se non prima (vedi anche mia analisi scema in merito).

Ma questo NON vuole essere un articolo polemico, bensì una breve disamina che si riallaccia a una mia antica ambizione, ovvero ricordare al personale addetto che il lettore sa benissimo cosa vuole, e non è detto che l’originalità rientri nel menu.
Comprendo alla perfezione l’esigenza artistica di uno scrittore di voler fare qualcosa di diverso, di emergersi, elevarsi, di tentare nuove strade per non voler essere, magari, tacciato di poca originalità. Vorrei dire a costoro che apprezzo le intenzioni, che se ci riescono buon per loro, ma tranquilli, va bene anche non essere originali, se scrivete una bella storia.
L’originalità a tutti i costi può portare a forzature tali da rendere la narrazione faticosa, poco coerente: come lettore certi tentativi mi hanno sempre spiazzato, in molti casi deluso.
Io sono dell’idea che questa ricerca di originalità a tutti i costi ci distolga da un concetto che ritengo basilare: non c’è nulla di male nel NON essere originali. Puoi anche scrivere trame che sanno di già visto e infarcirle di altre cose che differenzino l’opera, non necessariamente elevarla, rispetto al già letto. Insomma, di alieni invasori è pieno il mondo, ma posso comunque scrivere un romanzo sul tema rendendolo semplicemente bello, l’appassionato apprezzerà lo stesso.

Da lettore, piuttosto, apprezzo l’originalità di forma, magari un tentativo di destrutturare la narrazione, che può avere una trama canonica ma venire narrata in modo particolare. Un esempio che mi salta sempre in mente è Mr Bad Guy, dove la struttura lineare della storia viene frammentata e i suoi tempi collocati in modo non-lineare, arrivando a fornire il finale prima della fine del libro stesso. Un metodo anche questo non originale, pur restando comunque un tentativo di raccontare una storia già letta in modo diverso.
Per concludere, non considero la mancanza di originalità come un difetto, visto che in fin dei conti voglio solo leggere una bella storia, con personaggi interessanti o almeno funzionali.
La letteratura esiste da che l’uomo ha iniziato a scrivere, dopo secoli di testo sarà davvero rimasto qualcosa di originale da raccontare?
In attesa della risposta, torno sul blog di Martin per capire a che punto è Winds of Winter: la sua saga non sarà originalissima, però mi piace da matti. E tanto mi basta.

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Amazon Vs Il libraio

Affrontai più volte la questione, ma il modo in cui Laura Costantini riesce a farlo nel suo bellissimo articolo su Cultora mi fa rabbrividire.

Cultora

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Mi fa rabbrividire perché è la stessa, identica esperienza, vissuta a centinaia di chilometri più su, in quel di Garbagnate Milanese. La libreria non l’avevamo, c’era la Cartolibreria Miriam (c’è ancora, gestore diverso e amico di famiglia).
Era un casino. Entravi e avvertivi la polvere nell’aria, investito dall’odore di carta che saddio da quanto tempo stava lì. Scaffali stipati nel piccolo negozio contenevano libri di ogni genere e tipo.
Gli occhi mi si illuminavano davanti alle copertine di Salgari, indugiavano su misconosciuti romanzi di fantascienza e c’era sempre quello strano titolo, “Il Signore degli Anelli”, che chissà cos’era.
Non era solo per cultura o piacere di lettura che il mio io ragazzino entrava là dentro, c’erano anche i Librogame, che tanto mi fecero sognare e che, a modo loro, mi portarono a leggere fantasy.
Poi la ristrutturarono, quell’angolino scomparì, e oggi è una cartoleria che, occasionalmente, mette in mostra libri di esordienti locali (e dici poco).
Però avevamo il treno, le Ferrovie Nord ti portavano a Milano in poco tempo (quando non ti lasciavano a piedi o soprrimevano interi convogli, antica tradizione tutt’ora praticata). A Milano c’erano piccole e grandi librerie, trovavamo sempre tutto quello che volevamo. Qui non c’è? Guarda la cartina (eh, no, il gps non c’era), più in là, circa mezzo chilometro, pare esista un negozio di libri (che chiamarla ancora libreria faceva ripetizione). E vai di un’altra camminata, guai a usare i mezzi pubblici che ti toccava pagare il biglietto e intaccavi il budget risicato.
E oggi? Oggi non c’è un cazzo. Abbiamo la libreria, che si fregia di tale nome ma ha fuori i soliti ‘bestseller’ ed è stra-piena di giocattoli. Il treno ci siamo stufati di prenderlo che tanto non passa mai, le rare volte che passeggiamo per Milano non la riconosciamo nemmeno più. E dove stava quel ‘negozio di libri’? Guarda Google Maps: ora c’è una gelateria, prodotto di orgoglio nazionale.

L’ultima volta che ho visitato una libreria ho cercato di ordinare a una commessa analfabeta Cacciatore di Androidi alias Blade Runner e Notturno di Asimov (‘Asino?’ mi chiese pure per conferma). Ora ha chiuso, chissà cosa vendeva a parte i caffé e i giocattoli.

Perché ce l’avete con Amazon? Un’azienda in perdita che funziona benissimo, che avrà i suoi problemi col personale come tutti, in questo paese. Massima solidarietà per questi lavoratori, ci mancherebbe, però, diamine, ci trovi tutto.
Avete mai desiderato il ciclo completo di 2001 Odissea nello Spazio? Quattro libri, raccolti in un unico volume, che non viene stampato, credo, da vent’anni. C’era pure quello, ultima copia, aveva scritto sopra 8.000 Lire, pagine gialle e puzza di vecchio. Ed è mio.
E l’unico libraio che avevo nei paraggi non sapeva chi cazzo era Asimov.

Mi dispiace, anch’io sono una categoria debole. Scrivo e devo accontentarmi delle vendite in promozione che c’è la crisi, lavoro nelle telecomunicazioni che manca poco esternalizzino tutto in Africa, ho famiglia e una Ford col gpl che non vuole funzionare come si deve e non ho i soldi per ripararlo.
Però quel libro lo voglio e Amazon ce l’ha.
Gli devo sparare? O, come tutti, preferisco approfittarne?

Forty

Casomai non l’aveste capito, i giorni scorsi ho toccato la soglia dei 40 anni. Un traguardo importante, dicono, anche se non ho ancora capito il motivo. Forse perché sono ancora vivo? Non è consolante, ma non importa.
Qualcuno mi ha chiesto cosa si prova, aggiungendo che ancora deve arrivare ai 30.
Beh, ai 30 mi sono un po’ incazzato, era il segno che si entrava nella fase discendente, quella fisica e brutta in cui compaiono dolori di varia natura, quella in cui ti spunta la pancetta (se ancora non la possiedi) e tutte quelle cose brutte e vistose che ti fanno davvero incazzare, se un po’ tieni al peso forma.
Ai 40 ho deciso di sbattermene bellamente i coglioni.
Mi sono fatto mandare affanculo su Facebook invece degli auguri, aiutato dalla moglie ho messo in piedi una festa a tema Space Invaders, giusto a sottolineare l’età. Perché queste fesserie? Perché sono stanco di incazzarmi, sto invecchiando e questo è inevitabile, quindi meglio evitare di prendersela e prenderla invece sul ridere.
Ma per quale motivo?

Perché non è cambiato nulla. A bene vedere sono rimasto lo stesso cazzaro di vent’anni fa, gioco ai videogame, leggo fumetti, dico parolacce articolate, guardo il Doctor Who e sogno di viaggiare nel cosmo. Sognare, già. Hanno tentato in tutti i modi di convincermi a smettere, invece non l’ho fatto, ho proseguito.
Chi si ricorda il primo post che feci su questo blog?
Si intitolava “Della materia di cui sono fatti i sogni” ed era una vera e propria dichiarazione di intenti: voglio sognare e sbattermi per realizzare quelle fantasie. E voglio gridarlo alla finestra, voglio che tutti lo sappiano, persino quelli a cui ciò da’ fastidio: io continuo a sognare e lavoro in funzione dei sogni, per renderli reali, tangibili.
Perché non c’è uomo o donna peggiori di coloro che vi rinunciano, che si chiudono, sconsolati e stanchi, nella vita d’ogni giorno. Lavora, produci, incazzati e invidia. Un loop che mi terrorizza.
Preferirei morire, piuttosto che arrendermi.

A cosa servono i sogni? A tutto e niente, sono il carburante della vita, l’iniezione di CO2 di un Need for Speed che ti fa scordare dove ti trovi, che nemmeno ti mostra la strada da quanto corri, sono le leve del Tardis che ti portano su remoti sistemi solari, attraverso nebulose e fantastiche avventure, sono la frustrazione e l’esempio, sono i calci in culo che prendi ma che invece di fermarti ti fanno proseguire, sono le lacrime, il sangue, i lividi e il dolore che acquisisce un senso, che non è fine a se stesso.
E sono anche il motore della fede, quella che ti suggerisce di stare lontano dalle tentazioni materiali, dall’inutile iPhone di ultima generazione, le corse di cavalli e il tubo di scappamento laminato in oro. Sono il razzo in culo che ti spara in orbita quando ne hai bisogno, sono la voglia di fare qualcosa quando ti alzi la mattina e ne hai le palle piene di farti 30 o più km per andare a guadagnarti la pagnotta, sono i Sixx AM che spari a manetta nello stereo della Ford, le spallucce che fai a ogni coglione che ti sorpassa in curva alle 6:45 del mattino perché ha fretta di andare a farsi bastonare, sono le bibite letali e ricche di zuccheri che ingurgiti mentre dici ‘checcazzo, una e basta, non rompete’, sono gli hamburger che mastichi davanti all’amico vegano ‘ma sta tranquillo, non ti costringo, basta che non mi rompi i coglioni che per me puoi fare quello che vuoi’, sono le gomme da masticare al mentolo che ti alzano l’autostima, il giocattolo di Ariel che ripari per far contenta la figlia.
E sono i libri che leggi, le storie in cui ti immergi e che fai continuare nel tuo cervello una volta chiuso il volume, sono Mazinga Z che non ti stanchi mai di guardare, i fumetti dei Saint Seyia che compri a ogni ristampa, le botte che prendi due volte alla settimana mentre pratichi kung fu, i troll a cui sorridi quando dici che Robocod ti faceva cagare, i fusilli al pesto e la pizza a cui non rinunci almeno una volta la settimana.
E sono… tante, troppe cose per essere ridotte a un inutile post di un inutile blog che non leggerà quasi nessuno ma chi se ne frega. Io lo dico, lo scrivo e poi pace, vada come deve andare.

Cos’è accaduto a 40 anni? Una minchia, sono ancora io, nel bene come nel male, un nerd con famiglia a carico e una coda di lettura che aumenta a dismisura ogni fottuto mese, un lettore, un aspirante scrittore, un videogiocatore, un guerriero e un grande, grandissimo STRONZO.

Prendiamola a ridere, quindi, e tanti auguri a me ma soprattutto a voi che siete arrivati fin qui.

Space Invaders_Torta

La controtendenza del non sapere

La controtendenza del non sapere
ovvero
Sfogo concentrato di banalità totale
con dottorato in bigologia e atti menatori

Picard_Captain

Circa 13 anni fa cominciai a lavorare per la mia attuale azienda (sì, ho ancora un lavoro, anche se non so per quanto). La prima volta non si scorda mai, dice il detto, e infatti non posso dimenticare il mio primo giorno di lavoro.
Tra le tante assurdità, tra cui quella di essere cazziato per non sapere usare un sistema mai visto prima, ci fu un simpatico cliente che mi chiese una cosa, almeno in apparenza, molto semplice: trasformare il suo contratto da utente casalingo a professionista, buttandoci dentro una Partita Iva e scaricare così qualcosa dalle tasse (all’epoca c’erano dei bei vantaggi).
Non sapendo nulla dell’argomento andai da una specie di responsabile, gli posi il quesito e questi alza gli occhi 2-3 secondi, prima di rispondermi. Non entrerò nel dettaglio, ma il procedimento da lui illustrato era talmente astruso e strampalato da farmi inarcare tre sopracciglia. Dopo aver chiesto riscontri per mezza giornata ecco che si svela l’arcano: non esiste nessun modo per farlo, cioè, nessuno ci aveva ancora pensato.
Se ne deduce che quel tanghero la procedura se la fosse inventata al momento.
Nella mia profonda ingenuità, mi posi una domanda: non sarebbe stato meglio dire ‘Non lo so’, magari seguito da un ‘Proviamo a chiedere a…’ e così via?
No, guai. Accidenti, in quest’epoca dove i dottori stanno ovunque è assurdo che non si sappiano le cose, piuttosto ce le inventiamo, no?

Il fondamento su cui si basava Socrate era il concetto di “sapere di non sapere”, un apparente paradosso che invece è di una saggezza senza tempo, tale che può adattarsi a ogni aspetto della nostra vita quotidiana.
La consapevolezza della propria ignoranza, intesa come mancanza di conoscenza su determinate o comunque sempre troppe nozioni, non è un motivo di vergogna, bensì una spinta a colmare le lacune.
Non sapere ed esserne perfettamente a conoscenza ci mette nella privilegiata posizione di poter scegliere: imparo o no? Se decido di imparare accresco il mio sapere, se invece opto per il contrario imparerò qualcos’altro. Forse Socrate non aveva previsto la seconda opzione, ma dopotutto non dobbiamo nemmeno sentirci obbligati a imparare tutto, giusto?
Al di là di questa visione personale sulla scelta dell’ignoranza, l’aspetto fondamentale del sapere di non sapere è che non bisogna vergognarsene: è normale. Si dice che nessuno nasce ‘imparato’, un luogo comune basato su una grande verità, poiché la sfera della conoscenza è così vasta che abbracciarla tutta nel corso di una vita è impossibile.
Ecco quindi che rimango basito davanti alla tendenza di voler essere tutti dottori, di non voler ammettere di non sapere, a costo di deviare il discorso per dare la colpa a qualcun altro.
“A me lo chiedi? Tizio deve saperlo”
Guai a dire “Non lo so, però forse Tizio sì”, vietato non sapere.
Dopo 13 anni qua dentro non è cambiato nulla, persistono gli ignoranti illegali (quelli senza patente, che manco vogliono ammetterlo), li trovo in ogni corridoio, in ascensore, nel parcheggio, persino in strada, dal panettiere, dal gelataio. Sono ovunque.

Perché vi vergognate? Perché non ammettete, invece, con spavalderia “Non ne so un CAZZO”?
Ho rispetto per chi non sa e non si fa problemi ad ammetterlo, perché sono i primi che si incuriosiscono e vanno a colmare il vuoto, perché sono sinceri con se stessi, più che con me.
No, non metto mano al fanale della Ford quando si fulmina una lampadina (almeno una volta al mese), perché ho paura di romperlo. Quindi vado dal meccanico. Sì, potrei imparare, ma lui lo fa meglio di me.
No, non mi preoccupo di non sapere come funziona l’iperbole dell’Ira di Dio applicata alla tangente del reddito annuo di Salaminchia: non lo so, se mi serve lo imparo.
Io non so un cazzo. E non me ne vanto, è così e basta.
Non voglio seguire la moda del dottorato in bigologia e atti menatori conseguita in edicola, preferisco non sapere e all’occorrenza imparare.

No, non lo so, mi dispiace.
Ma posso informarmi.

Non lo so

Di mentori e brave persone (2)

La scuola è un processo non solo di formazione culturale (a livello teorico), ma anche di preparazione alla vita (sempre a livello teorico).
Non girerò attorno alla cosa con false ipocrisie: io odiavo andare a scuola.
Per tutta la durata delle scuole dell’obbligo ebbi grossi problemi, non ero interessato alla maggior parte delle lezioni eppure, in qualche modo, imparavo tutto. Diciamo che non corrispondevo alle aspettative dello studente medio, imparavo bene quello che pensavo potesse servirmi (anche da bimbo avevo un istinto evolutivo che non aveva nulla a che vedere con la crescita professionale, ma umana), tralasciando molte cose.
Un esempio erano le divisioni. Alle elementari rappresentavano una tragedia, quando toccava a me andare alla lavagna ci stavo almeno un’ora o due (non scherzo, più di una volta sospendevamo per la pausa mensa). Niente, io le divisioni non le volevo fare, almeno non con quel metodo che mi insegnavano. Mi venivano meglio se le facevo da solo, con l’intuito, perché in fin dei conti se conosci le tabelline è facile compiere una divisione, ma se ti tocca prendere il numero sopra, pensare a quante unità qui e là, riporta giù, e il trattino e la minchia ti viene da dire: “Oh! Ma se faccio un calcolo veloce pensando al numero che potrebbe portare a quella cifra non faccio prima? Toh, ci perdo un paio di minuti al massimo”. No, dovevi seguire la procedura, le divisioni si imparavano così.
Fanculo. Alle medie tutte ‘ste menate non le facevano, imparai il concetto di minimo comune multiplo e i tempi di risoluzione di una divisione scesero da due a un minuto. Poi uno dice che gli sta sul cazzo la scuola, per forza! Ma si trattava delle basi, non potevo capirlo.
Io, che con velleità scrittoriali già a dieci anni quando mi toccava un compito in classe di Grammatica non superavo il Gravemente Insufficiente. MAI. I temi andavano benissimo, talvolta la prof mi faceva l’editing togliendo porzioni di testo e scrivendo a lato cos’avrebbe messo lei. Figo, a pensarci bene dovrei cercarla che magari aiuta ancora.

Ma non starò qui a discorrere della Grammatica e della divisione, no, era giusto una premessa per introdurvi a Guglielmone.
Chi era Guglielmone?
Il professor Guglielmone fu il mio insegnante di Ragioneria all’ultimo anno e vorrei parlare di lui proprio ora che la maturità molti se la sono lasciata alle spalle.
Ormai avrete capito che a scuola non ero certo uno da massimi voti, però ci fu un periodo nelle scuole superiori (dalla prima alla quarta) in cui feci faville. Cioè, ero poprio un secchione. L’ultimo anno, purtroppo, dovetti passarmelo in un altro istituto e con altri insegnanti, metro rossa di Milano (l’Odio) e una classe di sconosciuti che avevano trascorso assieme quattro anni, ma chi li conosceva? Per fortuna compresero subito il giro del fumo e non si azzardarono a prendermi di mira, anzi, ad alcuni dei più truzzi stavo pure simpatico (mai capito perché). Cercavo di essere socievole, nel limite della confidenza che non volevo dare, cercando più di fare amicizia con le ragazze (se qualcuno chiede per quale motivo si sputi in un occhio da solo, prego).
Abituato ad avere una professoressa carina e dolcissima, trovarmi questo omone baffuto e stempiato, alto quasi due metri e dalla postura statuaria (di quelle, per intenderci, che non gli devi rompere le palle) fu un piccolo trauma.
Ma Guglielmone non era un uomo qualsiasi, no, lui era infrangibile. Niente poteva turbarlo, dall’alto della sua mole nessuno osava sfidarlo, non alzava quasi mai la voce, ti stendeva col sarcasmo o con la battuta da Bastianich, tipo chiederti se i tuoi genitori t’hanno venduto agli zingari e cose così. Eppure era un uomo normale, comune, banale. Entrava sorridendo, il suo passo era leggero nonostante tutto, salutava e noi col ciufolo che ci sognavamo di non fare altrettanto. Incuteva una sorta di timore energetico, nel senso che mai ti avrebbe preso a testate, mai ti avrebbe messo la famigerata nota sul registro o convocato i tuoi genitori (a meno che non ti beccasse a farti una pippa in classe). La preside? Mai chiamata, non ne aveva bisogno: aveva una sorta di aura tipo Vegeta che se la bruciava era meglio chinarsi e chiedere scusa.
Guglielmone era duro come il ferro, ma non era un duro. Per intenderci, sorrideva dietro la sua scrivania e illustrava la materia con precisione e metodo, senza strane velleità: era un ragioniere puro e un insegnante che sapeva cosa stesse dicendo. Nessuno poteva dubitare della sua preparazione, le sapeva tutte, di tutto e di ogni ognibile e conoscibile. Un database umano, una stringa di SQL con le braccia, un manuale coi baffi (letteralmente).

Non fu subito amore tra noi, nel senso che sapevo riconoscere un insegnante e un uomo con due palle così, ma che avevo comunque un mio metodo maturato negli anni precedenti che lui, semplicemente, non capiva. In ogni caso me la cavai, tra noi c’era una certa indifferenza: tu insegni e io imparo, va bene così.
Però qualcosa cambiò, vide che scrivevo, ogni tanto, buttava l’occhio passando vicino al mio banco e sorrideva. Sorrideva sempre, sotto i suoi baffoni. Parlammo in privato una volta, il mio rendimento nell’ultimo anno non era eccelso e avevo tante cose per la testa: l’esistenza, la scrittura e pure un fidanzamento che andava maluccio, anzi proprio di merda. Insomma, non c’ero con la testa. Non glielo dissi, cioè non usai questi problemi a scudo dei miei fallimenti: se mi beccavo un basso voto, incassavo e me ne andavo senza dire una parola. Accettazione della realtà: sbaglio e pago.

Incontro coi genitori, quella sera venne mio padre. Mai stato tipo da farmela addosso quando i genitori parlavano con gli insegnanti, nel bene come nel male ero abituato a tutto. Mio padre entrò in classe, buttai un occhio distratto: Guglielmone era serio e quando lui gli disse chi era fece un grande sorriso e gli strinse la mano, dandogli anche una pacca sulla spalla.

La mia faccia –> O__O

Che era ‘sta confidenza? Cioè, Guglielmone non era tipo da effusioni, dava più l’impressione di un Maestro d’Arme:

«Toh, prendi ‘sta spada e usala»
«Ma pesa dieci chili!»
«Hai tutta la vita davanti per imparare a sollevarla. Dai, fammi vedere»

Un insegnante puro, stampato, forgiato e dedito solo a quello. Che stava accadendo?
Più facile di quello che avessi mai potuto pensare, semplicemente lo avevo sottovalutato, perché non solo lui sapeva tutto di tutto, ma non era nemmeno coglione. Aveva capito che tenevo nascosti dei problemi, anche se non li esternavo o ne parlassi in alcun modo, SAPEVA che qualcosa non andava in me e che il mio rendimento dipendeva da quello. Non era stato difficile per lui, suppongo gli sia bastato chiedere ad altri insegnanti nelle cui materie andavo bene. Supposizioni plausibili, a ben vedere, e forse concluse che non mi mancava la voglia di studiare, ma che ero discontinuo a causa di problemi al di fuori della scuola.
Oh, manco i miei c’erano arrivati. Iniziai a provare una certa stima per lui, perché quando hai a che fare con una persona intelligente non puoi che provare ammirazione, a meno che tu non sia invidioso.
Quel tizio la sapeva lunga, io DOVEVO attingere al suo pozzo, era troppo in gamba, troppo sveglio e sgamato per ignorarlo. Lo osservai, provai a parlare di più con lui, ma solo di materie tecniche e mai di roba personale. Alla fine dell’anno, proprio dopo l’ultima interrogazione (che non fece del tutto schifo) decisi di sfogarmi.
Gli dissi tutto senza strafare o entrare nei dettagli di un fidanzamento complicato, del rapporto deteriorato coi miei e degli amici che stavo perdendo per quella storia. Ammisi che in quell’anno la scuola non era stata al centro dei miei pensieri e che avevo fatto proprio schifo. Terminai tutto dicendogli qualcosa del tipo “Glielo dico ora, perché da adesso in poi c’è solo la maturità su cui non avrà alcuna influenza: non volevo che i miei problemi sembrassero una scusa, ho meritato ogni commento e giudizio negativo”.

Quelle parole, quella sincerità… non so, credo che lo impressionarono e compresi che, in fin dei conti, gli ero sempre stato abbastanza simpatico.
Eppure mi aveva dato dei segnali, aveva ascoltato una mia conversazione in cui dicevo di voler capire meglio il DOS (allora c’era solo un fantomatico Windows 3.1) e il giorno dopo mi mette sul banco il suo manuale (che studiai IN UNA SERA e gli riconsegnai il giorno dopo con mille ringraziamenti). Il sorriso a mio padre, quelli che mi faceva quando mi vedeva in difficoltà… Non ero speciale, per lui, ero uno studente con dei problemi che si rifiutava di essere compatito e voleva farcela da solo.
Ma da soli, ormai lo sapete, non si arriva da nessuna parte.
Quando mi rispose “Apprezzo quello che hai detto” capii che mi stava tendendo una mano: il mio insegnante era mio amico. Non padre, non zio. Amico. Mi capiva, perché aveva esperienza e non era un cretino, mi rispettava e con quelle parole, compresi, mi stava assicurando supporto umano per quello che mi aspettava.

Fu Guglielmone a presentarci all’esame, nessuno voleva farlo (classe senza speranza) così si offrì lui.
Inziai a studiare come un matto, mi alzavo alle 6 della mattina, correvo a scuola per non avere distrazioni casalinghe e mi buttavo sui libri. Talvolta davo lezione, cioè studiavo cose e poi le spiegavo ad altri, in modo non solo di aiutarli ma anche di memorizzare meglio e diventare disinvolto nell’esposizione.
Però c’erano sempre i problemi, la fidanzata, i genitori, la sfiga. L’unico svago me lo concessi con un concerto degli Helloween, con spalla Skin e gli Skunkworks. Figata. Era l’anno di Time of the Oath, per me era una libidine totale.
Tolto lo sfizio torno all’opera, faccio i miei scritti e poi accade.
Panico.

Panico

Ero stato calmo e sereno fino a quel momento, convinto di sapere, di conoscere, di essermi impegnato. Avevo messo da parte i problemi personali, non vedevo la donna, manco gli amici: ero io e la scuola.
Ecco, forse è stato quello: nessuna distrazione aveva aiutato la concentrazione, facendomi ignorare che, a conti fatti, avevo un fifa tremenda.
La sera prima dell’orale ero in stato d’ansia aliena, il cervello orbitava attorno a Giove e non c’ero proprio con la testa.
Squilla il telefono: era Guglielmone.
Come stai? Come va? Tutto bene? Ti senti pronto?
Stava facendo il giro di telefonate a tutti gli allievi per capire come stessero messi. Una chiamata di cortesia?
Non ce la faccio, gli dico tutto: sto sbroccando, non so se riesco a entrare là dentro, io scappo, vado in Madagascar.
Lui ride, piano, e mi fa un discorso breve di incoraggiamento, con uno strappo alla regola: mi dice i voti che ho preso negli scritti, il massimo nel tema e l’unica sufficienza nel compito tecnico di tutta la classe.
Devi venire per forza, a questo punto, mi fa, perché non è possibile che tu non sia pronto.

Aveva ragione. Ero il penultimo in lista, ma arrivai presto per aiutare un’altra compagna. Entrai, ero nervoso, ma quando mi sedetti davanti a quella commissione di estranei tutta la fatica e la tensione scomparvero, come scaricate da una presa di terra.
Tutto andò bene, anzi, benissimo. Al mio fianco Guglielmone che sorrideva, me ne accorsi solo alla fine che stava lì.
Uscimmo, pausa riflessione per la commissione. Mi fa i complimenti, sa che sono un tipo formale e le confidenze mi mettono a disagio. Mi sorride. Ecco, i sorrisi. Quelli mi piacciono, so capire anche quando sono ipocriti, ma quelli erano sinceri.

Ciò che accadde in seguito fu davvero strano. Finito tutto ci salutammo e non lo vidi più, almeno finché non decisi di passare da quelle parti all’inizio del nuovo anno. Mi accolse la preside, mi disse ‘vieni’ e mi cacciò dentro la classe dove Guglielmone stava insegnando. Lui mi presenta alla classe e questi applaudono. Che?
Niente, ha solo letto loro il mio tema. Ma guarda te che roba.

Cosa mi ha insegnato davvero il professor Guglielmone?
Intanto che, a dispetto delle apparenze, esistono MOLTI insegnanti con una grande passione e competenza. Il che a un ragazzo non è del tutto chiaro quando è costretto a portarsi a casa un 5.
Mi ha insegnato che il mio desiderio di dignità non era stupido e che, anzi, era apprezzabile.
Che l’umiltà di accettare il proprio errore e le condizioni avverse è cosa gradita alle persone intelligenti, che sono quelle di cui ognuno di noi dovrebbe circondarsi.
Ma soprattutto mi ha insegnato l’autostima, che non vuol dire ritenersi figo per questo o quello. No, l’autostima è quel meccanismo sottile che non ti fa sentire inferiore a nessuno, ma neanche superiore ad altri. Ti mette nella privilegiata condizione di essere consapevole del tuo valore, così come dei tuoi limiti. Ti da’ la motivazione per superare i problemi senza fermarti a scuotere la testa con un “Non ci riesco”. Non tutto si può risolvere, ma la resa non da’ alcun valore aggiunto.
Provale tutte, se proprio capisci che non c’è soluzione passa oltre, cambia strada, trova altre vie.
E ascolta i consigli, perché l’autostima viene anche dal riscontro altrui e quando la stringi cammini a testa alta in mezzo a 20.000 stronzi che non sanno chi sei e pretendono di giudicarti per come ti vesti, passeggi o ti gratti il culo. L’autostima non ti spinge a fregartene, solo a non considerarli.
Sai chi sei.
Sai quanto vali.
Sai cosa potresti fare.
E ti da’ il carburante per provare, la chiave di accensione e il pedale: poi sta a te pigiarlo.

Grazie, professor Guglielmone, questa lezione è stata migliore di quella sul marketing che non siamo mai riusciti a fare.

Coda di Lettura 2014

Io non merito le vacanze, l’ho detto più volte, ma i buoni libri sì. Eccome.

Le vacanze sono un ottimo modo per sfoltire la coda di lettura, ma sembra non bastino mai quelli che mi porto appresso. Temo che mi toccherà passare a un eReader al più presto. In ogni caso ecco cosa mi sono sparato in spiaggia:

-Sirena all’orizzonte: discreto, una storia sull’amore, più che d’amore. Bello il twist finale, scritto benissimo.

-La casa dal pergolato di glicine: noiosetto e mattonesco, non succede praticamente nulla. Peccato, nutrivo grosse aspettative.

-Mr Bad Guy: sporco, violento, grottesco e dannatamente bello. Recensione a breve.

-Apologia di uomini inutili: una cosa che… difficile descrivere a parole un libro di questa bellezza. In bilico tra thriller e dramma, scritto in modo sublime, freddo, amaro, con grandi spunti di riflessione. In una parola: un gioiello.

-La storia del libro (a modo mio): uno dei saggi più divertenti e illuminanti che mi sia mai capitato in mano. Da recensire sicuro.

Poca roba, ma giusto perché avevo finito la carta. Appena realizzo di dove mi trovo ne parlerò più nel dettaglio.

Di mentori e brave persone (1)

Sto leggendo con interesse e commozione una serie di articoli di Amneris Di Cesare: GENTE PER BENE CHE INCONTRI SUL WEB, che vi consiglio di leggere. La rete pullula di tante teste di minchia, ma anche di brave persone, e pensavo di emulare il suo tentativo con una serie di articoli tematici.
Poi oggi mi cade l’occhio sull’oroscopo (sì, sono uno di quelli che li legge, mi piacciono), in particolare quello di Rob Brezsny, che dice riguardo al mio segno:

“Rispetta chi è superiore a te, se mai esiste”, diceva Mark Twain. Cosa pensi di questa frase provocatoria, Scorpione? C’è qualche genio o qualche eroe che consideri degno del tuo rispetto? Se non ne hai nessuno, ti consiglio di andarlo a cercare. In questa fase della tua evoluzione hai bisogno di persone che ti ispirino con la loro grande personalità. È importante che tu impari da maestri e modelli che conoscono meglio di te il gioco della vita. Penso che ti farebbe bene anche provare ammirazione e riverenza.

Parliamo sempre di persone cattive e stronze, perché in fin dei conti sono quelle che più fanno notizia, su cui puoi fare battute al vetriolo e far divertire i lettori. Però non ci sono solo quelle, dentro e fuori la rete esistono personaggi che, in un modo o nell’altro, ci hanno insegnato qualcosa.
Ecco l’idea.

Oggi vorrei parlarvi del mio antico maestro di Lettere, il professor Marino.
Marino era un piccolo uomo, umile nel porsi, nel vestirsi e nel linguaggio. Io che ero uno studente ferrato nelle materie tecniche e discreto in quelle letterarie, avevo un’avversione incomprensibile verso la Storia. Mi interessava, ma detestavo dovermi imparare concetti e date e sciorinarli come se fossi un robot.
Tutti gli insegnanti di Lettere che avevao avuto sino a quel momento facevano lezione col libro aperto, seguendo la traccia del testo paragrafo per paragrafo. Lui no. Lui girava tra i banchi e intanto raccontava, come se fossero aneddoti, della Storia antica.
Mi ricordo in particolar modo di quando raccontò della battaglia di Maratona, il trasporto e il tono che usava per descrivere l’evento non era quello di un semplice professore che si limitava a ripetere la lezione a memoria. No, lui stava NARRANDO la Storia, risaltando eventi e persone, cercando di dar loro una personalità e un volto, approfondendo con piccole storie non presenti nei testi scolastici per aumentare il nostro interesse.
Le lezioni di Storia, con lui, erano come sedersi attorno al fuoco a raccontare storie di fantasmi: non un semplice indottrinamento o passaggio di nozioni, bensì un condividere sapere e conoscenza attraverso l’emozione delle parole, messe sempre al posto giusto.
Un grande narratore, quindi, il professor Marino sapeva accendere l’interesse anche quando non te l’aspettavi. La sua lunga lezione su Pericle fece sorgere riflessioni sulla natura della democrazia, sui paragoni con la situazione politica di allora e anche sulla natura umana.
Alessandro Magno, descritto da lui, sembrava una specie di Cavaliere Oscuro da tanto lo faceva sembrare eroico e cazzuto, ricordo che andai ad approfondire ogni leggenda possibile sul personaggio per come mi ingolosì la sua lezione.

Come tutte le cose belle, purtroppo anche le sue lezioni terminarono, ma non perché finì la scuola. La moglie del nuovo preside, laureata in Lettere e con velleità di insegnamento, ce lo tolse per sostituirsi a lui, relegandolo ad altre classi.
La differenza era enorme, nel senso che lei era proprio una bestia: una professoressa stampata in serie che sparava eventi e date come se leggesse la lista della spesa. E poi ci stava pure sul cazzo, che non aiutava.
Una sommossa popolare, proteste congiunte e minacce di boicottaggio della sua esistenza terrena la spinsero a cedere il posto a Marino, che entrò quel giorno in classe accolto da uno scroscio di applausi.
Eravamo felici e lui commosso, ma il suo volto era cambiato: qualcosa non andava. Le sue lezioni furono sempre splendide e stimolanti, fino a che terminò l’anno scolastico e la sua permanenza nell’istituto.
Sì, quella STRONZA lo fece licenziare, offesa dalla preferenza che avevamo per lui. Ottenemmo il suo numero di casa per vie traverse, qualcuno lo chiamò e dopo una lunga conversazione ci rasserenammo: aveva trovato un altro impiego.
Io cambiai istituto, un po’ perché dovevo e un po’ perché l’idea di prendere lezioni da quell’altra zozza proprio non mi andava giù.

Oggi si parla poco dei bravi insegnanti, che pur ci sono, io ricordo Marino non solo perché riuscì a rompere i miei indugi sugli studi storici, ma perché fu il primo estraneo a motivarmi nella passione per la scrittura.
Mi colse mentre sperimentavo i primi racconti e, ammise, li lesse con forti dubbi. Ma lo fece, cioè, li lesse comunque per poi venirsi a complimentare. Lo disse davanti a tutti (immane vergogna) che aveva letto quella roba senza farsi particolari aspettative, ma di esserne rimasto così colpito da volerlo dire.
Il tempo, la fine della scuola, il servizio militare, il lavoro e la vita non mi hanno permesso di provare a contattarlo ancora, in qualche modo. Con questo semplice articolo vorrei ringraziarlo, mi piacerebbe che arrivasse a leggerlo perché DEVE SAPERE che se non fosse stato per lui forse non avrei avuto quella motivazione che mi spinge ancora oggi a scrivere come un dannato, a studiare se occorre e a cercare di migliorarmi in ogni aspetto.

Grazie, professor Marino, con tutto il cuore io la stimo e le voglio bene.

«Chi sogna ha paura di crescere»

Quand’ero un giovane menestrello fui condotto a una gita, la chiamarono ‘ritiro spirituale’. Succede quando frequenti una scuola gestita da suore. Non ho mai saputo dove fosse questo posto, ma lì conobbi un uomo, un prete piuttosto giovane: capelli ricci e arruffati (di quelli che ti vengono se sei riccio e non provi nemmeno a pettinarti quando ti alzi dal letto), magro e due occhialetti da vista. Sorrideva. Sorrideva sempre, tanto che sulle prime lo presi pure in simpatia, abituato a preti burberi che tiravano scappellotti, non dolorosi ma ‘pedagogici’, alla prima occasione.
Questo pretino viveva in un luogo stupendo, una chiesetta immersa in un boschetto dove non si udiva alcun suono che non fosse naturale. Tipo quei monaci sperduti sui monti, eremiti che meditano in luoghi simili al Paradiso e la cui maturità e lunga riflessione sull’esistenza sia in grado di fornire grandi risposte, o perlomeno abbastanza utili da usarle.
Che mai poteva quindi condividere quest’uomo con noi quattordicenni brufolosi?
«Chi sogna ha paura di crescere»
Non ho mai scordato le sue parole, né l’espressione che aveva nel dirle. Non era serio, non era amareggiato. Sorrideva. Dal basso della sua orrenda cecità, quest’uomo fortunato non aveva realizzato che in vece il suo sogno s’era materializzato attorno a lui stesso, e denigrava i miei, senza nemmeno sapere quali fossero.
Presumendo che avere un sogno non porti da nessuna parte e che, in buona sostanza, non serva a nulla, lascia intuire che l’unica alternativa fosse… niente. Se non hai sogni come puoi mutarli in ambizioni? Se non hai ambizioni come puoi avere degli obbiettivi? Se non hai obbiettivi a cosa ti serve vivere?
Non sono ovviamente così stupido da rinnegare una fede solo perché uno dei suoi missionari si è rivelato tanto sciocco, ma da allora ho cominciato a dividere il chierico dall’uomo, con ottimi risultati.
Quella, comunque, è stata la scintilla che mi ha spinto a cominciare a scrivere, perché tanti erano i mondi nella mia testa, tante le idee e le fantasie che era un peccato rimanessero solo lì. Qualcosa è uscita al pubblico, altro è rimasto nel mio cassetto, ma niente a questo mondo mi ha fatto pentire di essermi dedicato a questo sogno.

 

Il terrore del digitale: l’ebook è il male o un’opportunità?

Un bellissimo articolo di Luca Fadda datato 5 dicembre 2013 ha scatenato in me una lunga riflessione che, solo dopo averne discusso venerdì 7 marzo alla presentazione di “99 Rimostranze a Dio”, mi ha portato a dire la mia, casomai vi interessasse.

La soluzione me l’ha data Ivan Porpora, definendo il diffuso attaccameno al formato cartaceo come ‘erotismo’. Il libro lo tocchiamo, da’ una sensazione tattile, odorosa, anche estetica, se ci piace osservarlo spiccare nella nostra libreria.
Il formato digitale sta minacciando l’esistenza del cartaceo?
Nell’ultimo anno ho ascoltato diverse e accorate opinioni, talune disperate, perché esiste chi vede nell’ebook una sorta di minaccia a un formato a cui sono legati da una tradizione e da un piacere che molti, sembra, stiano perdendo.
Sempre durante la serata è emersa un’interessante osservazione sul divario generazionale e l’approccio che esso ha verso il digitale. L’osservazione più interessante è stata che chi si oppone appartiene alla cosiddetta ‘vecchia guardia’, che lo considera:

-Freddo, privo della componente ‘erotica’ e quindi tattile
-Non cedibile. “Cosa lascerai a tuo figlio?” chiede una cordiale signora, in quanto l’ebook non è fisico ma un pezzo di software

La generazione ‘di mezzo’ lo guarda con interesse, pur rimanendo legata per termini affettivi e, ancora una volta, ‘erotici’ al cartaceo.
Infine c’è la terza generazione, i nostri figli e nipoti, che cresceranno con questo formato tra le mani e che vedono pratico, economico e, diciamolo, pure un po’ figo.
In nessuno degli interventi, però, è scaturita l’ipotesi che l’ebook possa essere un’opportunità.

UN MERCATO IN CRISI

L’editoria italiana è a pezzi, inutile girarci attorno, i lettori ‘forti’ diminuiscono, la qualità delle pubblicazioni e la loro diffusione altalenante, la torta si stringe sempre di più e il self-publishing non aiuta, perché satura il mercato con un’offerta eccessiva e, purtroppo, spesso e volentieri di scarso valore. Ne abbiamo parlato diffusamente e non mi ripeterò: l’autopubblicazione è democratica quanto volete, ma ha spinto molti a tirare fuori dal cassetto ‘opere’ di qualità discutibile, immettendole in un circuito già traballante di suo. Questo satura un mercato già in crisi, dove l’offerta supera in modo devastante la richiesta senza offrire, salvo sporadici casi, vere e proprie alternative valide.
Qualcuno storcerà il naso leggendo ‘mercato’: la scrittura è arte, perchè ridurla a commercio? Facile, perché lo è, perché senza mercato, senza commercio, l’opera non si divulga e può essere il nuovo Conte di Montecristo ma se non gira, se nessuno ci crede, non vende e se non vende non avraà MAI visibilità.
Gli editori, checché la cosa ci disturbi, devono salvare l’editoria, non gli autori. La torta è sempre più piccola, servono nuovi modelli di business per rilanciare il settore e l’ebook potrebbe rispondere a questa esigenza.
I librai? Sono pochi quelli che resistono, li chiamano coraggiosi per me sono commercianti che cercano delle soluzioni, solo che spesso non hanno nulla a che vedere con il libro.
Entrando in una piccola libreria oggi non troverete solo carta, ma anche giocattoli, statuine di fatine, ninnoli, bigiotteria e servizi di copisteria: si sta variegando l’offerta per ottenere un risultato.
Ma i libri?

IL SOLITO AMAZON

Amazon è visto dai ‘piccoli’ come un colosso pericoloso che sta togliendo lavoro e opportunità, ma in quanti si sono soffermati sui motivi del suo successo? Prezzi accessibili, comodità di acquisto e innovazione dell’offerta. Amazon non è partito vendendo ninnoli, ma… libri. Ha offerto agli utenti la possibilità di acquistare online e ottenere a casa in tempi relativamente brevi il prodotto.
Anche il libraio in teoria lo fa. In teoria. Certo che se considero quello qua davanti al quale quasi un anno fa ho ordinato Notturno di Asimov e Blade Runner e ancora latita nonostante ripetuti solleciti la domanda sorge spontanea: siamo sicuri? Una mosca bianca, forse, però essendo l’unica disponibile dove lavoro rappresenta tutto il mio mondo. Se la percorro in lungo e in largo cosa trovo? I cosiddetti ‘bestseller’, giochi per bambini, cartoleria, agende, penne e pure un bar. Un bar, sì, ci hanno messo un bar.
Hanno variegato l’offerta, bravi, ma come librai fanno cagare.
Tornando ad Amazon mi sono chiesto se qualcuno in questi anni abbia mai riflettuto sugli mp3. Ne sentii parlare per la prima volta nel 1997 (o 1998? Non mi ricordo bene) e alle mie orecchie arrivò come una vera figata: tutta la musica che volevo compressa in un file. Poi arrivarono i lettori e quanti soldi spesi prima di trovarne uno decente (i miei preferiti sono sempre stati quelli Oregon, che purtroppo ha smesso di produrli).
Gli mp3 erano l’incubo delle case discografiche, se li sognavano la notte: se si diffondevano li avrebbe uccisi, dicevano (cazzate, IMHO), il CD sarebbe scomparso (dagli pure al CD, che ha fatto scomparire il vinile e la cassetta, che erano così comodi, eh…).
I puristi vedevano il formato come un’eresia: un mp3 di qualità decente avrebbe dovuto avere millemila bitstsmsmmd/xxks x 121.000 eccetera (mai capito una mazza), non c’era paragone col CD. Giuro, è tutto vero, non ce n’è come il CD e l’autoradio della Ford mi è testimone, tuttavia la mia custodia dischi in macchina non contiene nemmeno la metà della penna USB da 8Gb che il Sony ospita volentieri. Scelgo la quantità al posto della qualità? Talvolta sì, ma perché?
Perché per la prima volta posso scegliere e gli effetti della diffusione dell’mp3, che ha convinto i discografici a servirsene e quindi stanno ancora lì a flagellarsi in mezzo a montagne di soldi, sono stati dapprima il crollo del costo del CD che era davvero spropositato, l’apertura di un mercato hardware (i lettori digitali) e un ingrandimento della torta.
Dove prima stava solo il CD ora abbiamo anche l’mp3 e uno sceglie, c’è più offerta di formati e sebbene i puristi ancora si lamentano della qualità (legittimo) oggi la musica possiamo acquistarla come accidenti vogliamo.
Amazon che ha fatto nel 2013? Ha messo in piedi l’AutoRIP: tu compri il CD e automaticamente hai anche la versione mp3 sul loro cloud, che puoi ascoltare subito e scaricare su un dispositivo registrato (massimo 10).

Avete capito dove voglio arrivare? No? Beh, allora…

UN NUOVO MODELLO DI BUSINESS

Ora faccio un po’ di autoquoting…

>Gli mp3 erano l’incubo delle case discografiche
L’ebook è l’incubo delle case editrici

>se si diffondevano li avrebbe uccisi […] il CD sarebbe scomparso
Se si diffondono, dicono, il libro cartaceo scomparirebbe

>I puristi vedevano il formato come un’eresia
I puristi vedono il formato come un’eresia

>un mp3 di qualità decente avrebbe dovuto avere millemila bitstsmsmmd/xxks x 121.000 eccetera […], non c’era paragone col CD
Un libro cartaceo è molto più bello da sfogliare, toccare (erotismo), odorare. E poi questa edizione di Ubik sta benissimo accanto a quella di Watchmen sulla mia libreria nuova

Forse solo io vedo le similitudini, in tal caso vi dico cosa sto pensando. Badate, non è una previsione o una desiderata, è ciò che credo potrebbe accadere e salvare il mercato.

1) Acquistando un libro cartaceo ti diamo anche l’ebook omaggio
Non hai l’eReader? Fa nulla, puoi leggerlo col nostro software direttamente dal PC o dallo smartphone, così lo cominci in attesa che ti arrivi.

2) Acquisti l’ebook e hai lo sconto per acquistare anche il cartaceo
Vi sembra una panzana? Immedesimatevi. Comprate il digitale e il libro vi piace così tanto che lo vorreste nella libreria e, magari, lasciarlo fisicamente ai vostri figli, o prestarlo, o annusarlo (erotismo). Bene, vi danno un bello sconto per averlo.

E i librai? Più complesso, ma secondo me fattibile.
Allo stesso modo in cui allargano l’offerta vendendo statuine del cazzo, potrebbero munirsi di un PC (anche portatile) e di un cavo USB, vendendo ebook direttamente dal negozio. Un conto vendita digitale.
Fantascienza? O stupidità? Vediamo i vantaggi.

-Il libro che cerca il cliente non l’avete o non lo stampano più, però esiste la versione ebook, se il cliente ha un eReader può portarlo con sé
-Con un semplice programma (che potrebbe essere fornito direttamente dal distributore o prodotto in casa a pochi euro o anche solo un DB di Access) sarebbe possibile creare un account per quel cliente, che in caso di errata cancellazione del file TORNA DAL SUO LIBRAIO e si fa ricaricare l’ebook. Il libraio potrebbe vincolare (a sua discrezione o per direttiva di editore/distributore) il caricamento del file a un numero limitato di dispositivi. Il Mac Address di una macchina serve a identificarla universalmente, basta memorizzare quello.
-Il cliente potrebbe pagare in contanti. Non sottovalutiamo questo fenomeno, perché moltissimi vorrebbero usare un eReader ma sono bloccati dall’acquisto online (perché non hanno carte di credito o non si fidano a usarle). Certo, esistono le carte ricaricabili, ma si tratta comunque di smanettare su uno store in internet e non tutti amano farlo o sono refrattari alla tecnologia. La nonna Pina ama leggere, il nipote le regala un eReader ma lei ogni volta deve cagargli la minchia per comprare qualcosa, poi si stufa e torna alla carta. No! Va dal libraio e lo compra lì.

Ammetto che quest’ultima attività possa sembrare azzardata, ma è un modo per ampliare i servizi rimanendo sul tema.
In fondo, chi ci dice che l’ebook e il cartaceo non finiscano col coesistere come l’mp3 e il CD? Smettiamo di essere pessimisti, proviamo a vederla come un’opportunità. Allarghiamo la torta.
Non so se esistono statistiche in merito, ma se dovessi fare un sondaggio tra i miei conoscenti scoprirei che da quando hanno un Kindle o un altro eReader leggono di più. Anzi, ne ho la certezza senza disturbarli, perché in fondo me l’hanno detto loro.
Se i lettori ‘forti’ diminuiscono potrebbero aumentare grazie a questo formato, che includerebbe un ribasso dei costi per cliente a fronte di un investimento (l’hardware) che si ammortizzerebbe rapidamente. L’editore avrebbe meno spese e potrebbe puntare su nuovi talenti e cercare anche un po’ di qualità senza rischiare troppo; anzi, praticamente il rischio è solo di saturarsi il catalogo, quindi dovrebbe scegliere in modo oculato senza però preoccuparsi della lunghezza del testo. Stampare un libro di 500 pagine di una autore emergente è un costo inaccettabile, oggi, ma potrebbe non essere un problema in digitale e se funziona e il grano entra sarebbe possibile valutare eventuali Limited Edition cartacee.

Non stiamo più parlando di arte, lo ammetto, ma rischiamo di non averla più se non cominciamo a fare gli analisti e a fare proposte commerciali.
Questa è la mia idea, sono certo che là fuori qualcuno ne ha di migliori.

E le voglio sentire.